Parte I – Il preludio della Battaglia di Pavia secondo Paolo Giovio

Parte I – Il preludio della Battaglia di Pavia secondo Paolo Giovio
Avatar photo

L.M.

(Parte I – L’inganno, il coraggio e l’ingresso nel campo di battaglia)

Era la notte, oscura e silenziosa, quando gli uomini di guerra si accingevano a giocare la sorte del regno con l’astuzia e il ferro. Il destino della Battaglia di Pavia era ormai segnato nei disegni dei capitani imperiali, e su tutti spiccava la figura del Marchese di Pescara, Ferrante d’Avalos, la cui mente acuta e il cui ardimento erano pari solo alla sua fedeltà all’Impero.

Senza indugio, il Pescara fece partire il capitano Arrio, uomo d’ardire e di ingegno, affinché raggiungesse Antonio da Leva dentro la città, comunicandogli il segnale concordato: non appena si fossero uditi due colpi di artiglieria grossa, l’ora dell’azione sarebbe stata giunta. Ma l’impresa era rischiosa, ché i francesi vegliavano e la notte cela tanto il vantaggio quanto l’inganno. E fu appunto l’inganno l’arma che Arrio impugnò con sagacia: vestito con abiti che portavano il segno della croce bianca, si fece passare per un soldato delle bande di Giovanni de’ Medici, e con menzogna astuta trasse in errore le sentinelle francesi. Così, col favore delle tenebre e del sotterfugio, riuscì a compiere il suo incarico e a tornare tra gli imperiali sano e salvo.

Giunto il segnale convenuto, la macchina della guerra si mise in moto. Il Pescara, uomo che conosceva le antiche arti della guerra e l’uso degli arieti romani, comandò a Salsedo di abbattere il muro, munito di travi coperte di ferro e robusti picconi. Nel mentre, Luigi Viacampo, Herrera e Gaioso ricevettero ordine di tenere desta la paura tra i nemici, facendo risuonare tamburi e armi tutta la notte, ché il fragore stesso è strumento di battaglia.

Ma non di solo rumore viveva la strategia imperiale. A Onofrio di Monte, dal suo alto argine, fu dato l’incarico di muovere le truppe in modo che al nemico paresse vi fosse un continuo rimescolarsi d’armati, mentre le bagaglie e i cavalli leggeri venivano inviati su strade diverse, così da confondere le spie nemiche e privare il re di Francia di notizie certe.

Nel cuore della notte, Salsedo e i suoi uomini si ostinarono contro il muro, che, cotto e temprato dal tempo, non cedeva alle prime percosse. Solo al primo chiarore dell’alba l’opera ebbe successo: il muro fu squarciato in tre punti, e il primo a entrare fu Alfonso d’Avalos, Marchese del Vasto, col fiore delle fanterie spagnole e tedesche. Fu allora che Greco Giustiniano, genovese, si trovò sopraffatto e costretto alla fuga, mentre cinquemila uomini imperiali marciavano su Mirabello, con l’ordine di non indietreggiare.

E qui si manifestò la tempra del Pescara. Vedendo il Marchese del Vasto pronto alla pugna, gli rivolse parole che avevano il peso del comando e la fermezza del destino:

“Oggi, o valoroso fratello, con la vostra virtù dovete fare ogni sforzo per pigliare questo luogo, e se le mani (che Dio non voglia) non basteranno contro i nemici tante volte vinti, fate che i corpi, obbligati agli animi valorosi, onoratamente morendo, vendicandosi dei nemici, sodisfacciano nobilmente.”

Ma quegli che avevano a cuore la sua sorte esitavano. Troppo grande il pericolo, troppo alto il rischio per un uomo la cui vita valeva quanto mille guerrieri. Ma il Pescara, saldo nell’animo e impassibile al timore, li redarguì. Per lui, il valore veniva sopra ogni altra cosa, e alla prudenza ignobile che smorza il vigore preferiva il cimento, ché solo nella battaglia si conosce la vera virtù d’un uomo.

Il primo passo era compiuto. Il varco era aperto. L’ora della grande battaglia si avvicinava.

Così si conclude questa prima parte del racconto di Paolo Giovio sulla Battaglia di Pavia, in cui l’astuzia e il coraggio prepararono il campo al più grande scontro d’armi del tempo. Presto seguiranno gli eventi successivi, ché la guerra non dorme, e la storia ancora ci narra le sorti di re e imperatori.

Avatar photo

Paolo Giovio

Essendo dunque approvata la risoluzione del valoroso e prudente consiglio da tutti i capitani minori e pigliata l’impresa, il Pescara, promettendo premi, mandò Arrio, capitano de’ cavalli, ad Antonio da Leva, affinché gli facesse intendere che allora subito uscisse fuor della città quando, a tempo ordinato, fosse stato avisato da due colpi d’artiglieria grossa.

Ma la fortuna abbandonò Arrio, poiché, partitosi a mezzanotte e facendo un gran circuito, giunse a salvamento con la banda all’altra porta della città, avendo con felice inganno e menzogna tratto in errore i francesi, i quali facevano le sentinelle.

Perciocché, domandandogli essi il contrassegno, egli, fingendo d’essere delle bande di Giovanni de’ Medici, e portando ancora l’abito con la croce bianca, si scusò, dicendo che secondo l’usanza di guerra non aveva potuto pigliare il segno, perché da due giorni era stato fuori del campo del re a far correrie.

Quando il Pescara intese che Arrio era giunto a salvamento, dal fuoco che fece di cima d’una torre, diede la cura a Salsedo di rompere il muro, e gli consegnò travi, secondo il costume degli antichi arieti, coperte di grosso ferro, e parimenti pali e picconi di ferro.

Commandò poi a Luigi Viacampo, Herrera e Gaioso che, in luoghi separati, con una compagnia per uno, si fermassero contro i ripari de’ nemici, e che tutta la notte facessero rumore d’armi e di tamburi, e quanto più potevano spaventando e provocando, tenessero a bada i nemici.

Ma, tosto che per messi intendessero ch’egli fosse passato dentro il parco, subito, alzate le insegne, aggiungessero il rimanente dell’esercito.

Poco lontano ancora dal muro del parco, fece stare vigilante Onofrio di Monte, sopra un alto argine contro la fanteria de’ tedeschi dalla banda nera, e talmente muoversi che, per tutto il campo, secondo l’usanza delle passate notti, pareva che le compagnie si mettessero in ordine.

Commandò ancora che le bagaglie di tutto l’esercito, con la scorta d’una banda di cavalli leggieri, passassero avanti per la via di Lodi, e anche per l’altra via a man sinistra, affinché, se alcune spie fossero nel campo, travagliate e ingannate da tanti diversi viaggi e per così vario apparato di tutte le cose, non sapessero riferire nulla di certo ai francesi.

Ma Salsedo, il quale da mezzanotte era già giunto al luogo assegnato, mentre che lungo tempo, invano picchiando, ebbe consumato la notte, un poco più tardi di quanto il Pescara voleva, nel far dell’alba aprì il muro in tre luoghi.

Perché essendo esso di mattoni cotti, fortissimo per lavoro antico, con singolare contumacia ributtava le travi, benché fossero spinte dalle braccia di compagnie intere.

Il primo di tutti che fu mandato dentro dal Pescara fu Alfonso, marchese del Vasto, con i più valorosi fanti spagnuoli e tedeschi e con tre bande di cavalli.

E subito fu cacciato dal luogo Greco Giustiniano, genovese, il quale faceva la guardia appresso a quelli che entravano dentro.

Erano dintorno a cinquemila uomini, ai quali fu imposto di dirigersi dritti a Mirabello e di pigliare il luogo senza alcuna speranza di tornare indietro.

Ora, entrando il marchese del Vasto, il Pescara, con volto severo ma animo saldo, gli disse:

“Oggi, o valoroso fratello, con la vostra virtù dovete fare ogni sforzo per pigliare questo luogo, e se le mani (che Dio non voglia) non basteranno contro i nemici tante volte vinti, fate che i corpi, obbligati agli animi valorosi, onoratamente morendo, vendicandosi dei nemici, sodisfacciano nobilmente.”

Era quella impresa che il Pescara imponeva al cugino piena di manifesto e singolare pericolo, tanto che i suoi famigliari, gelosi della salute del marchese del Vasto, con parole rimesse ritenevano che fosse più opportuno mandare un altro al suo posto.

Grandemente si maravigliavano che arrischiasse a caso di così crudele gioco proprio colui al quale, per lungo tempo, aveva avuto riguardo, frenando la sua troppa generosità e ardire con singolare pietà.

Perché egli temeva più che molto, da quando aveva perduto la speranza di poter aver figliuoli, che, se il marchese del Vasto fosse stato esposto ai gravi pericoli della guerra, per qualche infelice caso non si estinguesse il nome della famiglia d’Avalos.

Ma tanta era in lui la cura dell’onore e il desiderio della vittoria che, nel maneggio del consiglio e nell’amministrazione delle cose, con saldissima ragione, non considerava niente altro che la vittoria.

Ed era del parere che un uomo valoroso dovesse dimenticare tutte quelle cose che, per una certa ignobile prudenza, potessero spezzare i nervi di una viva virtù.

Giudicava che allora più che mai fosse necessario vedere la virtù del cugino, come in un famosissimo teatro delle cose di guerra, affinché egli, succeduto al comando delle fanterie, finalmente si facesse conoscere in quel tanto desiderato e nobilissimo fatto d’arme.

Voleva dimostrare quanto il marchese del Vasto, per la disciplina del cugino, potesse riempire la speranza di una certissima aspettazione, grazie alla sua forza di grande corpo e al suo giudizio d’animo eccellente.

La Vita del S. Don Ferrando Davalo Marchese di Pescara, Scritta per Mons. Paolo Giouio Vescouo di Nocera Et tradotta per M.Lodouico Domenichi nuouamente da lui reuista , & ristampata, con la tauola delle cose notabili - In Fiorenza, Appresso Lorenzo Torrentino, MDLVI

Recenti

Gli Autori