L’Avanzata Imperiale e il Timore di Francia – Il Giorno 4 di Febbraio 1525

L’Avanzata Imperiale e il Timore di Francia – Il Giorno 4 di Febbraio 1525
di Francesco Taegio

Francesco Taegio

L’altro giorno, il campo dell’Imperatore si accostò a Pavia a quattro miglia, e quello stesso giorno furono mandati al signor Antonio di Leiva due messi con lettere, nelle quali egli era avvisato di ciò che doveva fare.

E, cominciando la sera per la partenza del sole a imbrunire le contrade, con lo scoppio di tredici pezzi d’artiglieria diedero a quelli che erano in Pavia chiara certezza della loro presenza. Per questo, i pavesi con altissimi canti e vari suoni manifestavano la loro allegrezza e gaudio.

In questo mezzo, i francesi si misero in alcune casette di villani, edificate per la campagna, e pochi di loro quella notte dormirono; ma, montati sui cavalli, vigilavano sparsi nei boschi. Di questo diedero ampia testimonianza le cucine e i fuochi che si vedevano da quelli che erano saliti in cima alle torri di Pavia.

Il campo imperiale, poi, procedendo ancora oltre, si avvicinò a due miglia presso Pavia e, benché nel passare alcuni luoghi pieni d’acqua e di fango fosse loro fatta resistenza grandissima, nonostante ciò, al dispetto di quanti li contrastavano, riuscirono ad alloggiare e a piantare i loro padiglioni proprio nel luogo dove, tre giorni prima, si erano accampate alcune compagnie francesi.

Quando il Re di Francia lo seppe, comandò subito che tutti gli uomini d’arme e i baroni suoi si riducessero nei loro alloggi quella stessa notte. Inoltre, volle che alcune compagnie di fanti restassero vigili e che i bastioni, dai quali il suo esercito era circondato, fossero alzati e ingrossati. Così, per tutta la notte, fece lavorare i soldati, tanto che anche gli infermi e i feriti lavoravano.

Tutto questo fu fatto perché egli temeva di essere assalito dagli imperiali fatto giorno. Perciò, per non essere colto di sorpresa, volle preparare nella notte tutto ciò che sarebbe stato necessario per la difesa il giorno dopo.

Di tutto questo approntamento e provvisione ebbero certezza quelli che erano in Pavia, poiché alcuni che vigilavano in cima ai torrioni del castello videro che i francesi trasportavano travi, alberi e artiglierie con grande furia in quei luoghi.

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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Anonimo Pavese

Adì 4 fu fatta una gran scaramuzza, ed udivamo gli archibugi e gli schioppi lavorare. Allora conoscemmo che il nostro esercito avanzava, e così la sera dettero il segnale dei tre fochi e tre tiri d’artiglieria a S. Alesio.

La notte venne una spia, che narrò ogni cosa, e riferì che avevano preso l’alloggiamento per forza, e che molti francesi erano stati uccisi.

A. Bonardi, “Diario inedito dell’assedio e della battaglia di Pavia, 1524-1525”, in Memorie e Documenti per la Storia di Pavia e suo principato, P. Moiraghi, Pavia, Premiata tipografia ed eliotipia fratelli Fusi, 1894

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L.M.

Dopo lunghi giorni di attesa, finalmente il campo dell’Imperatore mosse i suoi passi con risoluta determinazione, avanzando verso la città assediata. L’altro ieri, l’armata cesarea si accostò sino a quattro miglia da Pavia, e con essa vennero due messi recando lettere indirizzate al Signor Antonio di Leyva. In queste, erano racchiusi i comandamenti e gli avvertimenti su quanto egli dovesse fare per meglio sostenere la difesa e per prepararsi all’imminente scontro.

L’Annuncio della Presenza Imperiale

E quando il sole, stanco della giornata, abbandonò il cielo alle ombre della notte, tredici pezzi d’artiglieria ruppero il silenzio della sera con fragore immane. L’eco di tali scoppi giunse fin dentro Pavia, dando ai cittadini e ai soldati assediati chiara certezza dell’arrivo degli alleati. E quale più lieta novella poteva essere udita? Con gioia infinita, le campane suonavano a festa, e i pavesi, dimentichi per un momento delle loro tribolazioni, si diedero a canti e suoni, rallegrandosi per la speranza prossima della liberazione.

L’Inquietudine dei Francesi

Ma mentre Pavia si abbandonava all’allegrezza, nel campo francese regnava il turbamento. I soldati del Cristianissimo Re, presi da timore, si ritirarono nelle umili casette sparse per la campagna, e pochi furono quelli che osarono abbandonarsi al sonno. Invero, la gran parte di essi montava la guardia nei boschi, sempre desta e in allerta, timorosa che, con il far del giorno, la furia imperiale si abbattesse su di loro. Le torri di Pavia, alte e vigili, furono testimoni di tale inquietudine, poiché da esse si potevano scorgere fuochi e fiamme di cucine accese, segno che i francesi vegliavano nella notte, mantenendo le armi pronte.

Il giorno seguente, l’esercito dell’Imperatore avanzò ancora, guadagnando terreno e avvicinandosi a due miglia dalla città. Grandi furono le difficoltà nel procedere, poiché i luoghi erano infidi, fangosi e acquitrinosi, e vi si oppose una resistenza non lieve. Ma i soldati cesarei, forti di volontà e di ferro, non si lasciarono arrestare, e, superati gli ostacoli, si accamparono proprio dove, solo tre giorni prima, alcune compagnie francesi avevano piantato le loro tende.

L’Ansia del Re di Francia

Non appena la novella dell’avanzata imperiale giunse al Cristianissimo Re, egli, colto da inquietudine, ordinò che tutti i suoi uomini d’arme e baroni facessero ritorno immediato ai propri alloggiamenti. Fece sì che le sue compagnie di fanti restassero sveglie e vigili, e che si rafforzassero le difese: bastioni, parapetti e trincee furono rinforzati, e non vi fu tra i francesi uomo, fosse anche malato o ferito, che non venisse obbligato al lavoro. Tali preparativi furono compiuti con frenesia, temendo egli che, con la luce del nuovo giorno, l’ira dell’Imperatore piombasse sulla sua armata.

E ben potevano quelli di Pavia rendersi conto della trepidazione francese! Dalle alte torri del castello si scorgeva un frenetico movimento, con travi, alberi e artiglierie che venivano trasportate di gran fretta verso i bastioni. Questo non era che il segno più chiaro che il Re di Francia, pur nella sua superbia, temeva ora per la sorte del suo esercito.

La Scaramuccia e il Segnale della Speranza

Nella medesima giornata, vi fu anche una grande scaramuccia, con archibugi e schioppi che per lunghe ore non cessarono di tuonare. Si udivano i colpi riecheggiare per tutta la campagna, e dentro Pavia si comprese bene che l’esercito imperiale avanzava con sempre maggiore vigore. A conferma di ciò, alla sera fu dato il segnale convenuto: tre fuochi e tre tiri d’artiglieria risuonarono nei pressi di San Alessio, segno che gli alleati erano ormai vicini.

A tarda notte, un messaggero, uomo esperto e audace, riuscì a penetrare entro le mura e riferì ogni cosa. Egli narrò di come gli imperiali avessero assaltato gli alloggiamenti francesi e, con grande coraggio, li avessero conquistati. Molti nemici erano caduti, e altri ancora erano stati fatti prigionieri. Questa, più d’ogni altra notizia, accese ancor di più la speranza nei cuori degli assediati, che ora attendevano solo il momento in cui, con la forza delle armi, Pavia sarebbe stata liberata.

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