Dopo lunghi giorni di attesa, finalmente il campo dell’Imperatore mosse i suoi passi con risoluta determinazione, avanzando verso la città assediata. L’altro ieri, l’armata cesarea si accostò sino a quattro miglia da Pavia, e con essa vennero due messi recando lettere indirizzate al Signor Antonio di Leyva. In queste, erano racchiusi i comandamenti e gli avvertimenti su quanto egli dovesse fare per meglio sostenere la difesa e per prepararsi all’imminente scontro.
L’Annuncio della Presenza Imperiale
E quando il sole, stanco della giornata, abbandonò il cielo alle ombre della notte, tredici pezzi d’artiglieria ruppero il silenzio della sera con fragore immane. L’eco di tali scoppi giunse fin dentro Pavia, dando ai cittadini e ai soldati assediati chiara certezza dell’arrivo degli alleati. E quale più lieta novella poteva essere udita? Con gioia infinita, le campane suonavano a festa, e i pavesi, dimentichi per un momento delle loro tribolazioni, si diedero a canti e suoni, rallegrandosi per la speranza prossima della liberazione.
L’Inquietudine dei Francesi
Ma mentre Pavia si abbandonava all’allegrezza, nel campo francese regnava il turbamento. I soldati del Cristianissimo Re, presi da timore, si ritirarono nelle umili casette sparse per la campagna, e pochi furono quelli che osarono abbandonarsi al sonno. Invero, la gran parte di essi montava la guardia nei boschi, sempre desta e in allerta, timorosa che, con il far del giorno, la furia imperiale si abbattesse su di loro. Le torri di Pavia, alte e vigili, furono testimoni di tale inquietudine, poiché da esse si potevano scorgere fuochi e fiamme di cucine accese, segno che i francesi vegliavano nella notte, mantenendo le armi pronte.
Il giorno seguente, l’esercito dell’Imperatore avanzò ancora, guadagnando terreno e avvicinandosi a due miglia dalla città. Grandi furono le difficoltà nel procedere, poiché i luoghi erano infidi, fangosi e acquitrinosi, e vi si oppose una resistenza non lieve. Ma i soldati cesarei, forti di volontà e di ferro, non si lasciarono arrestare, e, superati gli ostacoli, si accamparono proprio dove, solo tre giorni prima, alcune compagnie francesi avevano piantato le loro tende.
L’Ansia del Re di Francia
Non appena la novella dell’avanzata imperiale giunse al Cristianissimo Re, egli, colto da inquietudine, ordinò che tutti i suoi uomini d’arme e baroni facessero ritorno immediato ai propri alloggiamenti. Fece sì che le sue compagnie di fanti restassero sveglie e vigili, e che si rafforzassero le difese: bastioni, parapetti e trincee furono rinforzati, e non vi fu tra i francesi uomo, fosse anche malato o ferito, che non venisse obbligato al lavoro. Tali preparativi furono compiuti con frenesia, temendo egli che, con la luce del nuovo giorno, l’ira dell’Imperatore piombasse sulla sua armata.
E ben potevano quelli di Pavia rendersi conto della trepidazione francese! Dalle alte torri del castello si scorgeva un frenetico movimento, con travi, alberi e artiglierie che venivano trasportate di gran fretta verso i bastioni. Questo non era che il segno più chiaro che il Re di Francia, pur nella sua superbia, temeva ora per la sorte del suo esercito.
La Scaramuccia e il Segnale della Speranza
Nella medesima giornata, vi fu anche una grande scaramuccia, con archibugi e schioppi che per lunghe ore non cessarono di tuonare. Si udivano i colpi riecheggiare per tutta la campagna, e dentro Pavia si comprese bene che l’esercito imperiale avanzava con sempre maggiore vigore. A conferma di ciò, alla sera fu dato il segnale convenuto: tre fuochi e tre tiri d’artiglieria risuonarono nei pressi di San Alessio, segno che gli alleati erano ormai vicini.
A tarda notte, un messaggero, uomo esperto e audace, riuscì a penetrare entro le mura e riferì ogni cosa. Egli narrò di come gli imperiali avessero assaltato gli alloggiamenti francesi e, con grande coraggio, li avessero conquistati. Molti nemici erano caduti, e altri ancora erano stati fatti prigionieri. Questa, più d’ogni altra notizia, accese ancor di più la speranza nei cuori degli assediati, che ora attendevano solo il momento in cui, con la forza delle armi, Pavia sarebbe stata liberata.












































































































