Cronache di Pavia: la resistenza tra fame, freddo e beffe

Cronache di Pavia: la resistenza tra fame, freddo e beffe
di Francesco Taegio

Francesco Taegio

Il giorno 28 di novembre cominciarono a vendersi nelle beccherie carni d’asino e di cavallo. Mancando la legna, furono inoltre abbattute le case e i palazzi dei cittadini, affinché con i travi e altri legni di quelli si potesse accendere il fuoco.
E benché il freddo fosse assai intenso, quella stagione risultò talmente temperata da nevi e piogge leggere che, per scherzo, tra i soldati si diceva che il cielo fosse favorevole alla fazione francese.
Perciò, i francesi, pieni di superbia per una vittoria ormai disperata, non cessavano di molestare con scoppi e pietre ora questo, ora quell’altro bastione. Continuavano a stuzzicare i tedeschi che vigilavano sulla difesa, con parole schernitrici che li infastidivano.
La cosa più molesta di tutte, però, era sentire i francesi dire che i tedeschi mangiavano carni d’asino e di cavallo.

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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L.M.

Il giorno 28 di novembre 1524, le beccherie di Pavia cominciarono a vendere carni d’asino e di cavallo. La scarsità di viveri, ormai evidente, non lasciava scelta: si faceva virtù della necessità, trasformando gli animali da lavoro in pietanze per sopravvivere. Nel contempo, la mancanza di legna per accendere il fuoco spinse a decisioni ancora più dolorose. Le case e i palazzi dei cittadini furono abbattuti per ricavarne travi e legname, alimentando i focolari che dovevano difendere dal freddo intenso.

Tuttavia, la natura parve mostrare un’ironia crudele: benché il clima fosse rigido, quell’inverno fu temperato da nevi scarse e piogge leggere. I soldati assediati, in un amaro tentativo di sdrammatizzare, scherzavano tra loro sostenendo che il cielo si fosse alleato con la fazione francese.

I francesi, dal canto loro, trassero da ciò una nuova arroganza, ostentando una sicurezza ormai senza fondamento. Le loro armi non riposavano: scoppi di artiglieria e sassi venivano scagliati incessantemente contro le difese pavesi, colpendo bastioni e mura con cieca insistenza. Eppure, forse più delle pietre, colpivano le parole.

I tedeschi, che con onore e disciplina presidiavano le difese, divennero bersaglio degli scherni francesi. Da quelle trincee, i nemici lanciavano grida provocatorie, sbeffeggiandoli per le difficoltà che la città pativa. L’insulto più intollerabile, però, riguardava la fame: i francesi si divertivano a diffondere la voce che i tedeschi si cibassero di carni d’asino e di cavallo, insinuando la disperazione e dileggiando l’orgoglio di coloro che ancora si opponevano con fermezza.

Queste parole, più delle privazioni e della fatica, pesavano sul cuore dei difensori, che nonostante tutto rimasero fedeli alla causa. Con ciascun insulto, la determinazione cresceva, trasformando la fame e la sofferenza in fiamme che alimentavano la volontà di resistere.

La Pavia del 28 novembre non era solo una città assediata: era un campo di battaglia per la dignità umana, un teatro dove il coraggio dei suoi abitanti risplendeva contro l’arroganza di un nemico troppo sicuro di sé. E mentre i francesi ridevano, i cuori dei pavesi, per quanto affamati, battevano più forti che mai.

Fonti e Note

  • ✨ Immagine creata con ChatGPT

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