Il 18 febbraio 1525 si aprì sotto il segno del bisogno e della miseria. Circa alle ore venti, da Porta Nova di Milano uscirono donne, bambini, artigiani, saccomanni e altra povera gente, forse duemila anime, spinte dalla fame e dalla necessità di raccogliere erbe e legna nei campi fuori città. Era divenuta pratica quotidiana in una Pavia stremata dall’assedio. Ma quel giorno, la ricerca di sollievo si trasformò in strage.
Giovanni de’ Medici, il feroce condottiero italiano al soldo dei francesi, bruciava ancora per l’umiliazione subita pochi giorni prima a Campeggi, quando le sue truppe erano state travolte dagli imperiali. Cercando vendetta, piombò con 300 cavalli e duemila fanti sulla folla indifesa, scatenando la sua ira su donne e vecchi, che nulla potevano contro la furia delle armi. Circa trenta persone furono trucidate, tra cui sette fanti, mentre gli altri erano inermi, colpevoli solo di cercare cibo e calore.
Quel massacro, se macchiò il suolo di sangue, non rese onore al Medici. Al contrario, fu per lui più vergogna che gloria, poiché l’audace capitano subì egli stesso una grave ferita: un colpo di archibugio gli lacerò la gamba. Voci raccolte da un tamburino riferirono che le sue condizioni erano assai gravi, e la sua spada pendeva ormai più vicina alla morte che al riscatto.
La notte non portò pace. Due capitani spagnoli e due lanzichenecchi, scortati da venti cavalli leggeri, lasciarono la città per recarsi al campo imperiale, mentre, sul calare della mezzanotte, dal campo francese si levò un tumulto di fuoco e ferro. Si udivano schioppi, archibugi e il boato della grande artiglieria. L’alba rivelò la ragione di tanto clamore: Fernando Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara, fedele campione dell’Impero, aveva assaltato l’avanguardia francese.
Con il piombo dei suoi archibugi aveva seminato la morte tra le file nemiche: oltre mille svizzeri caddero, lasciando il terreno seminato di corpi. Ottantaquattro uomini d’arme e sedici arcieri della compagnia di Renato Trivulzio furono fatti prigionieri, mentre cinque pezzi d’artiglieria furono resi inservibili. Una vittoria netta, una breccia aperta nella sicurezza del campo nemico.
Così si chiuse il 18 febbraio: con il sangue degli innocenti versato alle porte della città e il sangue dei soldati svizzeri a irrigare le pianure davanti a Pavia. Un giorno di dolore e di trionfo, in cui la guerra mostrò, ancora una volta, i suoi due volti opposti.












































































































