Tra i fumi e le privazioni dell’assedio di Pavia, le giornate si susseguono cariche di tensione e di colpi d’audacia. La cronaca di Francesco Taegio colloca al 16 febbraio uno degli episodi più sanguinosi e gloriosi per gli imperiali, ma altre fonti, tra cui l’attento cronista pavese, suggeriscono con maggiore probabilità che i fatti siano avvenuti il 14 febbraio. Si tratta, infatti, della medesima sortita verso Campeggi, già narrata dall’anonimo pavese. Che sia confusione dei giorni o semplice ritardo nella raccolta delle informazioni, la sostanza non cambia: ciò che accadde merita davvero, come disse il signor Antonio de Leyva, di essere ricordato con eterna memoria.
Nel tardo pomeriggio, verso l’ora diciottesima, il signor Antonio de Leyva e il signor Matteo Beccaria, alla guida di un contingente composto da due squadre spagnole, comandate dai capitani Beregano e Brachamonte, e da tre compagnie di tedeschi sotto il comando del signor Eytilechio Rifach, uscirono dalla porta occidentale della città. A precederli, come avanguardia, vi erano il signor Gracimandrico e il signor Francesco di Ponte, con cento cavalli leggeri e un pezzo d’artiglieria pesante, il più grosso a loro disposizione.
L’obiettivo era chiaro e rischioso: il cortile di Campeggi, una grande fattoria fortificata, munita di bastioni e circondata da fossati, presidiata da cinque bandiere di fanti agli ordini di Zannin de’ Medici. Un punto avanzato, che rappresentava una minaccia costante per i difensori pavesi e un luogo rifornito di bestiame e vettovaglie.
L’assalto si scatenò con ferocia. I francesi e i soldati di Giovanni de’ Medici risposero con estremo valore. La battaglia si trasformò ben presto in un corpo a corpo furibondo: colpi di picca, archibugiate, urla di dolore e clangore di spade riempirono l’aria. I morti si ammucchiavano da entrambi i lati. Ma la superiorità numerica e la determinazione degli imperiali ebbero la meglio: spagnoli e tedeschi sfondarono da tre lati contemporaneamente e penetrarono nel cortile, sterminando più di 600 nemici.
I pochi che tentarono la fuga furono inseguiti dai cavalli leggeri. Tra di loro, due capitani francesi, che, colti dalla disperazione, caddero in ginocchio incrociando le mani in segno di resa. Essi furono risparmiati e fatti prigionieri, ma degli altri circa cinquecento uomini non si salvò nessuno.
La vittoria fu totale e il bottino abbondante. I vincitori tornarono in città carichi di prede: numerosi asini carichi di vino, castrati e altre carni, molti buoi destinati ai rifornimenti del Re di Francia, quattro bandiere sottratte al nemico e un cospicuo arsenale di armi. L’ingresso a Pavia fu trionfale. Soldati spagnoli e tedeschi rientrarono cantando e giubilando, fieri dei trofei conquistati. Alla testa del corteo avanzava il signor Antonio de Leyva, il volto illuminato di soddisfazione. Giunto alla porta della città, si rivolse ad alcuni amici con queste parole: “Vi sembra forse che questa non sia stata un’impresa degna di lode e di eterna memoria?”. Poi, con la calma del comandante che ha compiuto il suo dovere, rientrò nel castello per concedersi il meritato riposo.
Così si chiuse una giornata di ferro e gloria. Che sia stata il 14 o il 16 febbraio, poco importa: l’eco di quell’impresa ancora risuona, come il passo fiero dei soldati imperiali sotto le mura di Pavia.












































































































