9 Febbraio 1525: Polvere, Ferro e Sangue Nell’Assedio di Pavia

9 Febbraio 1525: Polvere, Ferro e Sangue Nell’Assedio di Pavia
di Francesco Taegio

Francesco Taegio

La notte seguente, quaranta gianetteri, ciascuno dei quali aveva sulla groppa del cavallo un sacchetto di polvere d’artiglieria, partendosi dall’esercito imperiale e girando ora per questo, ora per quell’altro bosco, passarono attraverso tre compagnie nemiche. Infine, sul far dell’aurora, entrarono in Pavia. Il signor Antonio, che sapeva della grandissima carestia di tale polvere nella città, ne fu molto sollevato. Appena destatosi, fece tirare con corde e altri ingegni alcuni pezzi d’artiglieria in cima a un torrione del castello, quello rivolto verso il campo dei francesi. Senza indugio, i colpi cominciarono a piovere sui svizzeri e sugli altri soldati presenti nell’esercito nemico.
Tanta era la violenza di quelle percosse che molti corpi, sia di uomini che di cavalli, si vedevano fracassati in cento pezzi e volare per l’aria. Non appena l’esercito imperiale udì il terribile fragore di quell’artiglieria, al suono di molte trombe invitò il nemico alla battaglia. A quel punto, alcuni uomini d’arme spagnoli corsero con le loro lance verso le schiere nemiche. Ma i francesi, rivoltandosi con grandissimo furore, ne ferirono molti, costringendo così gli spagnoli a ritirarsi in un luogo sicuro.
Subito dopo, trecento uomini d’arme borgognoni, coperti di finissime armature e con le lance ornate in cima da code di volpe, si mossero con tale impeto contro i francesi che questi, fortemente impauriti, gridavano disperatamente aiuto. Per respingerli, furono allora scoccati dieci grossissimi colpi di cannone contro i valorosissimi borgognoni, costringendo entrambe le parti a ritirarsi con qualche perdita verso il resto dei rispettivi eserciti.
Questa battaglia fu osservata con meraviglioso piacere e diletto da molti cittadini pavesi, i quali, desiderosi di assistere a tali eventi, si erano radunati insieme sopra una certa torricella del castello, da dove potevano meglio scorgere i due eserciti e giudicare quale di essi meritasse maggior lode per il suo valore.

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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Anonimo Pavese

La notte seguente, all’alba, dal nostro campo giunsero 50 cavalleggeri, ognuno con un sacchetto di polvere da sparo in groppa, per un totale di 130 rubbi, che rappresentò un grosso soccorso e fece star tutti di buon umore.
È vero che i Vaseli hanno ancora di tutto, e il vino si vende a 12 lire la brenta, per chi ne ha da vendere. Pane e formaggio sono abbondanti, mentre le galline costano 8 lire l’una e se ne trovano poche. Pensate che bella cena possiamo fare! Né olio né lardo si trovano più, ma pazienza.
Il 9 febbraio il nostro esercito ingaggiò una grossa scaramuccia con i nemici, i quali risposero scaricando 24 pezzi d’artiglieria in un colpo solo. Tuttavia, non si sa ancora come sia andata a finire per quelli della città. Nel frattempo, non si fa altro che portare artiglieria sulle torri e su certi cavalieri appostati, che sono stati costruiti apposta per danneggiare i francesi.

A. Bonardi, “Diario inedito dell’assedio e della battaglia di Pavia, 1524-1525”, in Memorie e Documenti per la Storia di Pavia e suo principato, P. Moiraghi, Pavia, Premiata tipografia ed eliotipia fratelli Fusi, 1894

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L.M.

Nel cuore dell’assedio di Pavia, quando la città intera sembrava soccombere sotto il peso della guerra, due voci del tempo ci restituiscono il racconto di una notte fatale, nella quale il destino si caricò di polvere e piombo.

L’arrivo della polvere e la gioia della città

Nella notte del 9 febbraio, quaranta gianetteri, ognuno con un sacchetto di polvere d’artiglieria, si mossero con destrezza tra i boschi e le compagnie nemiche per raggiungere finalmente Pavia all’alba. La città, afflitta dalla penuria di tale essenziale risorsa, accolse il carico con grande sollievo. Il comandante Antonio de Leyva, consapevole dell’opportunità, fece issare pezzi d’artiglieria sulla torre del castello e, senza indugio, scagliò una pioggia di ferro e fuoco contro le schiere nemiche. La carneficina fu tale che si vedevano corpi di uomini e cavalli spezzati in cento pezzi volare per l’aria. Il fragore scosse gli eserciti e spinse gli imperiali a invitare il nemico alla battaglia.

L’arrivo della polvere da sparo fu confermato anche con numeri leggermente diversi: non quaranta, ma cinquanta cavalleggeri, per un totale di 130 rubbi di polvere. Se il dato numerico differisce, l’effetto sulla città rimane il medesimo: il morale si sollevò, e con esso la fiducia nella resistenza.

Guerra e mercato: la quotidianità sotto assedio

Non solo la battaglia, ma anche il mercato dettava le sorti della città. Se pane e formaggio abbondavano, le galline erano rare e care, l’olio e il lardo ormai introvabili. Il prezzo di una brenta di vino si vende a 12 lire, gallina toccava le otto lire, un lusso per pochi. Così, mentre le torri si caricavano d’artiglieria e i cavalieri si preparavano alla battaglia, la città sopravviveva con ciò che restava.

L’assalto e il fragore dell’artiglieria

Nel corso della giornata del 9 febbraio, una nuova scaramuccia scosse la città. I cavalieri borgognoni si lanciarono nella mischia, coperti da armature splendenti e armati di lance ornate da code di volpe. Il loro impeto fu tale da incutere timore nei francesi, che chiamarono aiuto con grida disperate. Tuttavia, il fuoco dell’artiglieria spezzò l’assalto, costringendo entrambi gli schieramenti a una temporanea ritirata.

Nel frattempo, ventiquattro pezzi d’artiglieria furono scaricati in un colpo solo, un evento di rara potenza distruttiva. Sul risultato della scaramuccia, però, permaneva il dubbio: “non si sa ancora come sia andata a finire per quelli della città”, a riprova di quanto il tumulto della guerra rendesse incerto persino il corso degli eventi a chi vi era immerso.

Il prezzo della resistenza

Divergenze di numeri, differenze di tono, ma un’unica grande verità: la battaglia di Pavia si giocò non solo con il ferro e il sangue, ma con la logistica e la resistenza di una città affamata ma indomita. Così, mentre alcuni raccontano gli eroi del campo di battaglia, altri ricordano che la guerra si combatte anche nei mercati e nelle dispense, dove il prezzo di una gallina può pesare quanto un colpo di cannone.

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