Talvolta, il silenzio della guerra è più carico d’attesa di mille clangori d’armi. Così apparve la giornata del 17 febbraio 1525 sotto le mura di Pavia, quando le schiere imperiali e quelle francesi parvero indugiare, ma solo per celare l’imminenza della tempesta.
La notte precedente, quattro cavalli leggeri giunsero dal nostro esercito esterno, portando lettere il cui contenuto rimase ignoto ai più. Eppure, bastò poco per capire che le notizie giunte erano di conforto: fu confermata la rotta delle truppe di Renzo Orsini, già battute e disperse nei giorni addietro, come già aveva scritto Francesco Taegio, confermando il logoramento progressivo delle forze francesi. Le stesse spie riferirono un fatto ancor più significativo: le trincee dei due eserciti si erano avvicinate così tanto che ormai appena venti braccia separavano gli uni dagli altri. La guerra non era più solo questione di assalti o sortite: ora si combatteva quasi sottoterra, con zappe e badili, come talpe decise a stanarsi a vicenda.
Il nome di Fernando Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara, riecheggiava nei discorsi dei soldati e nei sussurri dei cittadini. Si diceva avesse giurato che, entro due giorni, avrebbe fatto irruzione nelle trincee nemiche. E in molti, sotto la tensione della fame e la paura del futuro, guardarono a quella promessa come a un presagio di liberazione.
La giornata del 17 febbraio parve scorrere sotto una calma sospetta, fino a quando, verso la ventiduesima ora, il cielo si riempì dei tuoni dell’artiglieria. I due eserciti si salutarono con il fragore dei cannoni: cinquanta colpi, almeno, squassarono l’aria e fecero tremare il terreno. Si poteva scorgere chiaramente che l’esercito imperiale aveva avanzato le proprie posizioni, portando i pezzi d’artiglieria ben più vicino alle linee nemiche.
Eppure, la battaglia vera non giunse. La pioggia di ferro fu come il preludio di qualcosa di più grande, lasciando tutti sospesi in attesa. Quel giorno, nessuno sfondò le trincee; nessuno si gettò nell’assalto. Ma tutti sapevano che il tempo dell’attesa stava per finire.
Così fu il 17 febbraio: una promessa, un tuono, e il respiro trattenuto di due eserciti pronti a sbranarsi da un momento all’altro.












































































































