La quiete e i tuoni: il giorno 17 febbraio 1525

La quiete e i tuoni: il giorno 17 febbraio 1525
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Anonimo Pavese

La notte seguente, dal nostro esercito all’esterno, arrivarono quattro cavalli leggeri che portarono lettere, ma il loro contenuto rimase sconosciuto. Tuttavia, confermarono la rotta del signor Rinso. Le spie riportarono che le trincee di entrambi gli schieramenti si erano avvicinate tanto da distare appena venti braccia l’una dall’altra. Inoltre, il Marchese di Pescara aveva dichiarato fermamente che, entro due giorni, avrebbe fatto irruzione nelle trincee nemiche. Che Dio voglia che tutto si concluda per il meglio.
Alli 17, la situazione rimase quieta fino alla ventiduesima ora. Poi, all’improvviso, i due campi iniziarono a salutarsi con l’artiglieria pesante. Furono sparati almeno cinquanta colpi. Si poteva chiaramente vedere che il nostro esercito aveva avanzato notevolmente le proprie postazioni e l’artiglieria rispetto alla posizione precedente. Per quel giorno, però, non ci furono ulteriori sviluppi e la situazione rimase in sospeso.

A. Bonardi, “Diario inedito dell’assedio e della battaglia di Pavia, 1524-1525”, in Memorie e Documenti per la Storia di Pavia e suo principato, P. Moiraghi, Pavia, Premiata tipografia ed eliotipia fratelli Fusi, 1894

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L.M.

Talvolta, il silenzio della guerra è più carico d’attesa di mille clangori d’armi. Così apparve la giornata del 17 febbraio 1525 sotto le mura di Pavia, quando le schiere imperiali e quelle francesi parvero indugiare, ma solo per celare l’imminenza della tempesta.

La notte precedente, quattro cavalli leggeri giunsero dal nostro esercito esterno, portando lettere il cui contenuto rimase ignoto ai più. Eppure, bastò poco per capire che le notizie giunte erano di conforto: fu confermata la rotta delle truppe di Renzo Orsini, già battute e disperse nei giorni addietro, come già aveva scritto Francesco Taegio, confermando il logoramento progressivo delle forze francesi. Le stesse spie riferirono un fatto ancor più significativo: le trincee dei due eserciti si erano avvicinate così tanto che ormai appena venti braccia separavano gli uni dagli altri. La guerra non era più solo questione di assalti o sortite: ora si combatteva quasi sottoterra, con zappe e badili, come talpe decise a stanarsi a vicenda.

Il nome di Fernando Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara, riecheggiava nei discorsi dei soldati e nei sussurri dei cittadini. Si diceva avesse giurato che, entro due giorni, avrebbe fatto irruzione nelle trincee nemiche. E in molti, sotto la tensione della fame e la paura del futuro, guardarono a quella promessa come a un presagio di liberazione.

La giornata del 17 febbraio parve scorrere sotto una calma sospetta, fino a quando, verso la ventiduesima ora, il cielo si riempì dei tuoni dell’artiglieria. I due eserciti si salutarono con il fragore dei cannoni: cinquanta colpi, almeno, squassarono l’aria e fecero tremare il terreno. Si poteva scorgere chiaramente che l’esercito imperiale aveva avanzato le proprie posizioni, portando i pezzi d’artiglieria ben più vicino alle linee nemiche.

Eppure, la battaglia vera non giunse. La pioggia di ferro fu come il preludio di qualcosa di più grande, lasciando tutti sospesi in attesa. Quel giorno, nessuno sfondò le trincee; nessuno si gettò nell’assalto. Ma tutti sapevano che il tempo dell’attesa stava per finire.

Così fu il 17 febbraio: una promessa, un tuono, e il respiro trattenuto di due eserciti pronti a sbranarsi da un momento all’altro.

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