Mentre le mura di Pavia resistevano al ferro e al fuoco, e i suoi cittadini sfidavano ogni giorno la morte per cercare erbe nei campi, la fame iniziava a mostrarsi più spietata delle spade. Il 20 febbraio, giorno che Francesco Taegio indica come il 21, ma che più probabilmente appartiene alle ore convulse della vigilia, si intrecciarono vicende di tradimento, vittoria e disperazione.
Il Tradimento e la Presa di Casalmaggiore
Da tempo si vociferava dell’ambiguo operare di Giovanni Ludovico Pallavicino, signore che, abbandonato ogni giuramento, aveva piegato il ginocchio al Re di Francia. Con le sue genti, era entrato nel castello di Casalmaggiore, nodo strategico lungo il Po, dove da giorni disturbava i territori fedeli agli Sforza e minacciava Cremona.
Ma il Duca di Milano, che in quella città si trovava, non lasciò impunita l’offesa.
Alessandro Bentivoglio, con uomini d’arme e cavalli leggeri, lasciò Cremona e il 21 febbraio (come riporta Taegio, ma plausibilmente il giorno prima), piombò su Casalmaggiore come fulmine invernale.
L’assalto fu rapido e decisivo: la terra fu presa d’impeto, e con essa, le truppe nemiche furono sbaragliate.
Molti morirono, alcuni furono fatti prigionieri, mentre altri, in preda al panico, si gettarono nelle acque gelide del Po sperando nella salvezza, trovandovi invece la tomba.
Lo stesso Pallavicino cadde prigioniero, e il giorno seguente fu condotto a Cremona, tra le mura stesse che aveva minacciato.
La Fame Assedia Pavia
Ma mentre Casalmaggiore cadeva nelle mani sforzesche, dentro Pavia il nemico peggiore non vestiva corazza: era la fame, compagna dei giorni e delle notti.
Il vino, ormai più prezioso dell’oro, mancava da giorni. I soldati tedeschi mormoravano, gli spagnoli digrignavano i denti, e i cittadini piangevano.
La città, pur difesa con eroismo, era prossima alla resa, non per le spade francesi, ma per la desolazione delle sue mense vuote.
Il Cavaliere Sancilopo e il Grido di Aiuto
Antonio de Leyva, signore della città e pilastro della difesa imperiale, comprese che il tempo stringeva.
Mandò allora Sancilopo, valoroso cavaliere, ad attraversare le campagne buie e insidiose, per giungere al campo dell’Imperatore, presso il Marchese di Pescara e il Viceré.
Sancilopo, dopo una marcia difficile e rischiosa, giunse a mezzanotte tra i comandanti imperiali.
Con voce stanca, ma risoluta, parlò così:
“Signori miei, vengo a dirvi che Pavia è allo stremo. Non c’è più vino né pane, i soldati cadono per la fame, e la città rischia di arrendersi. Se volete salvare il nostro onore e la nostra causa, dovete agire subito.”
Le parole furono ascoltate in silenzio dal consiglio di guerra. Tra loro vi era Girolamo Morone, uomo di ingegno sopraffino e di corpo malato, afflitto dalla gotta, ma fermo come le mura di Pavia.
Non lasciò mai l’esercito imperiale, e anche quel giorno, nonostante le sofferenze, il suo spirito tenace incitò tutti a trovare una soluzione.
Dopo lunghe discussioni, fu deciso di rafforzare gli aiuti verso Pavia, perché quella città non doveva cadere.
Tra Vittoria e Agonia
Così si chiuse quella giornata, con Casalmaggiore riconquistata e Pallavicino prigioniero, ma con Pavia che soffriva, più che sotto le artiglierie, sotto la morsa del digiuno.
La guerra, quella vera, non sempre si combatte con le spade: talvolta è la resistenza alla fame il più grande dei trionfi.












































































































