La strage degli innocenti e il trionfo del Pescara: il 18 febbraio secondo Francesco Taegio

La strage degli innocenti e il trionfo del Pescara: il 18 febbraio secondo Francesco Taegio
di Francesco Taegio

Francesco Taegio

Il giorno 20 di febbraio, molte donne, fanciulli, soldati disarmati e alcuni cittadini pavesi uscirono da Pavia attraverso la porta occidentale. Dispersi nei giardini vicini, alcuni raccoglievano legna e altri erbe per uso quotidiano. Tuttavia, i francesi, accorgendosi della loro presenza, inviarono tre compagnie contro di loro. Molti riuscirono a fuggire, ma numerose donne incinte e molti bambini furono raggiunti e crudelmente uccisi. Due soldati tedeschi, armati delle loro aste, si voltarono contro due cavalieri francesi, riuscendo a ferire gravemente i loro cavalli.
I francesi continuarono a inseguire i fuggitivi, ma furono fermati dagli spagnoli, che, accorsi sul posto, usarono i loro archibugi per fermare l’assalto. Nella mischia, il signor Giovanni de’ Medici fu ferito a una coscia da un colpo di archibugio. Inizialmente, la notizia della sua ferita non fu creduta, ma il giorno successivo fu confermata da un trombettiere inviato dal Re di Francia al signor Antonio de Leva per negoziare uno scambio di prigionieri.

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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L.M.

Le cronache del tempo spesso confondono le date, poiché la guerra non conosce il ritmo quieto dei calendari. Così, se Francesco Taegio segna questi fatti al 20 febbraio, altri testimoni li collocano con più probabilità al 18 febbraio, giornata che già sapeva di strage e vendetta.

La Caccia all’Uomo nei Campi

Quella mattina, come di consueto, donne, bambini, vecchi e soldati disarmati uscirono da Porta Nuova di Milano, cercando tra i campi e i giardini legna e verdure per alleviare la fame che ormai divorava la città di Pavia.
Ma, se la terra offriva erbe e radici, il destino seminò morte.

Tre compagnie francesi notarono quella povera folla dispersa e, armate d’odio e d’acciaio, piombarono su di loro.
Molti riuscirono a fuggire, ma non tutti ebbero fortuna.
Donne incinte e bambini, i più lenti, furono raggiunti e massacrati senza pietà.

Due soldati tedeschi, armati solo delle loro aste, mostrarono coraggio disperato: si voltarono contro i francesi e, con abile colpo, ferirono gravemente i cavalli di due cavalieri. Ma il nemico non si fermò.

L’Intervento degli Spagnoli e la Ferita del Medici

Quando il massacro sembrava inarrestabile, alcuni spagnoli uscirono dalle mura, armati dei loro archibugi.
Spararono contro gli aggressori, costringendoli infine alla ritirata.
Ma, nel tumulto e nella polvere, Giovanni de’ Medici si trovò coinvolto nella mischia e fu colpito alla coscia da un archibugio.

All’inizio, la notizia della sua ferita parve solo una voce portata dal vento, difficile da credere.
Il giorno seguente, però, un trombettiere inviato dal Re di Francia al signor Antonio de Leyva per negoziare uno scambio di prigionieri, confermò la verità: Il Medici era ferito.

Onore e Dolore

Così, in quel giorno di strazio e fuoco, la terra di Pavia si bagnò di sangue innocente, mentre le trincee risuonavano delle urla dei feriti e dei colpi d’archibugio.
La ferita del Medici, destinata a segnare la sua sorte, si aggiungeva come simbolo amaro a quella giornata.
Se la guerra risparmia talvolta i forti, non ha mai pietà dei deboli.

 

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