Mentre la città di Pavia ancora resisteva, oppressa dall’assedio e stremata dalla fame, l’ultimo giorno del mese di Genaio recò novelle che infiammarono d’ardore gli animi dei suoi difensori.
L’eco della vittoria: la caduta di Santo Angelo e Santo Colombano
Sul far del mattino, alcuni fanti imperiali, spinti dalla brama di notizie, uscirono dalle mura e, con astuzia e valore, fecero prigionieri due fanti di Zannin de’ Medici. Questi, interrogati con solerzia, rivelarono che il giorno precedente il nostro glorioso esercito aveva espugnato con la forza la terra di Santo Angelo, lasciando sul campo più di duemila nemici. Uno di loro, testimone oculare della disfatta francese, narrava come la nostra avanguardia fosse avanzata sino a Santa Cristina, dove aveva preso alloggio, segno evidente che la liberazione di Pavia era ormai prossima.
A queste novelle, il cuore dei pavesi si gonfiò di speranza, e le loro preghiere si fecero più ferventi, attendendo con ardente devozione l’arrivo del soccorso promesso.
Il movimento degli eserciti e il turbamento dei francesi
Poco dopo l’ora ventesima, dalle mura della città si scorsero quattro squadroni di uomini d’arme, accompagnati da fanti, che procedevano con passo rapido dalla strada di Lodi. Chi li osservava bene, poteva scorgere sui loro volti un’ombra di sgomento, come di chi fosse stato sconfitto o avesse ricevuto notizie funeste. Al centro del parco di Mirabello, questi si incontrarono con un altro squadrone, nel quale si credette esser presente il Cristianissimo Re Francesco. A lungo si trattennero in consiglio, e infine si dispersero, chi dirigendosi verso le retrovie, chi rientrando negli accampamenti, come se il loro animo fosse preda dell’incertezza.
Un grido che scuote la città
E mentre il nemico era smarrito, i difensori della città conobbero un momento di gloria. Giunsero in Pavia i prigionieri francesi, condotti come trofei di guerra; e all’annuncio del loro arrivo, un fremito di gioia attraversò le strade e le piazze. In un attimo, le campane suonarono a distesa, le trombe squillarono, ed echeggiarono ovunque voci trionfanti di soldati e cittadini che gridavano con tutto il fiato: “Imperio! Duca!”. L’esultanza fu tale che sembrava che tutta la città tremasse sotto la potenza di quella felicità incontenibile.
Le lettere del Viceré e del Marchese di Pescara
Come se ciò non bastasse a rassicurare i pavesi, nella notte giunse una spia inviata dal Signor Viceré e dal Marchese di Pescara, portando con sé lettere che confermavano la completa vittoria di Santo Angelo e di Santo Colombano. Non solo: riferiva anche che il Signore Piero Gonzaga, insieme ad altri sette della sua casa, era stato fatto prigioniero. Con queste lettere, gli imperiali inviavano segni e contrassegni per indicare ai difensori dove si sarebbero trovati nei giorni successivi, testimoniando che il grande esercito dell’Imperatore stava avanzando, e che presto sarebbe giunta l’ora della riscossa.
Il Duca di Borbone e il Viceré si avvicinano
A conferma di tutto ciò, Francesco Taegio scrive che l’ultimo giorno di Genaio il Duca di Borbone e il Signore Viceré, alla testa delle loro genti, avanzarono ancora, portandosi quattro miglia più avanti. Questo movimento segnava la stretta finale sul nemico, mentre la città, seppur stremata, si preparava con ardore a vedere il giorno della sua liberazione.
L’ora si avvicina
Dopo tre lunghi mesi di sofferenze, con la città ridotta allo stremo e il nemico che dava segni di incertezza, le sorti della guerra sembravano volgere finalmente a favore dell’Imperatore. La notte era ancora lunga, e la battaglia non era finita, ma in ogni via, in ogni casa, nei presidi lungo le mura, si respirava una nuova speranza: l’alba della vittoria era ormai vicina.












































































































