(Parte III – Lo scontro feroce, le speranze e gli errori fatali)
Ed ecco che il clangore delle armi copre ormai ogni altra voce: gli eserciti si affrontano, la polvere si solleva, il disordine regna sovrano. Mai prima d’allora si vide in campo battaglia più confusa e mischiata, ove cavalli e fanti si urtano, si scompongono, si scontrano senza più ordine né ragione.
La sorte, quella dea capricciosa che sovente si fa beffa della prudenza militare, prese ora le redini della giornata. Era sufficiente un solo errore, un mutamento improvviso, perché il destino d’un regno fosse deciso.
Lo scontro imprevisto: le artiglierie in pericolo
Nella retroguardia imperiale, sette compagnie italiane e tre spagnole vegliavano su cinque grandi artiglierie. Ma la guerra è ingorda di caso e sventura: il terreno acquoso fece fermare i pezzi, le ruote consumate non reggevano il peso del bronzo, e così gli ultimi dello schieramento si trovarono, contro ogni aspettativa, ad esser i primi a incontrare il nemico.
Francesco I non si lasciò sfuggire l’occasione. Visto quel contingente isolato, subito inviò Filippo di Brion e Federico da Bozzolo con un’agguerrita schiera d’uomini d’arme e artiglieria leggera. Essi, con furia, si avventarono sugli imperiali mentre ancora faticavano a muovere le loro bocche da fuoco.
La battaglia si accese con ferocia. Gli spagnoli resistettero con ordine, ma il peso dell’assalto fu troppo: non potevano reggere contro la forza dei cavalli francesi e il martellare dell’artiglieria. Si rifugiarono nel bosco, opponendo tronchi e rami alla furia dei destrieri, ma fu una difesa vana. I Francesi, colmi d’impeto, tagliarono le gambe alle bestie e catturarono i pezzi d’artiglieria, mentre nelle ombre della foresta si consumava una carneficina.
Qui Sebastiano Quarcia, uomo di grande valore, cadde con i suoi. Con lui furono massacrati alcuni capitani, alfieri e quattro compagnie intere.
L’illusione della vittoria
L’eco della disfatta giunse fino al Pescara, che, vedendosi privato di quella posizione, ne provò grande dolore, ché non aveva potuto prestar soccorso ai suoi.
Ma, per ironia della sorte, il suo cuore non si rattristò a lungo. Egli vide l’esercito del re avanzare, uscendo dagli alloggiamenti per portarsi in campo aperto, e ciò gli parve segno di vittoria già scritta.
Senza esitazione, mandò Falcio, cavaliere noto per la sua perizia, a Lanoia, affinché desse ordine di fermarsi e prepararsi alla battaglia. Lo stesso fece sapere a Borbone e Nicolò Salma, mentre egli stesso spronava il cavallo per cercare il Marchese del Vasto.
Ma quest’ultimo, senza attendere ordini, già aveva compreso che il tempo delle disposizioni era finito e quello delle armi iniziato. Lasciò Mirabello e si diresse a gran passi verso il fiumicello Vernaccia, radunando i suoi e volgendo le insegne contro i nemici.
“Drittamente, cugino, voi avete fatto quel ch’io volevo! Perciò, da man sinistra, a gran passi andate a trovare i nemici e sforzatevi animosamente, ché dal lato vostro felicemente nasca la vittoria!”
Così lo accolse il Pescara, ché ormai il grande scontro era giunto.
Il primo urto: le cavallerie si scontrano
Gli imperiali avanzarono con risolutezza. Le fanterie tedesche, nelle quali il Pescara riponeva ogni speranza, erano pronte allo scontro, mentre la cavalleria leggera imperiale già si muoveva per attaccare i Tedeschi della Banda Nera.
Ma qui la guerra si mostrò ancora una volta beffarda. La cavalleria imperiale fu ributtata con vergogna, cacciata verso il fiumicello Vernavola da quei mercenari che, pur servendo il re di Francia, erano di stirpe germanica e fieri del loro valore.
Nel frattempo, l’artiglieria francese, condotta con straordinaria rapidità, venne portata avanti e con precisione micidiale iniziò a bersagliare gli imperiali. Gli spagnoli si inchinavano fino a terra per evitare i colpi, ma la posizione era svantaggiosa e il pericolo crescente.
Lanoia e Alarcón si videro costretti a ripiegare, accostando le loro schiere a una piccola casa di campagna, che offriva riparo dai colpi di cannone.
Francesco I si lancia all’assalto
Era questo il momento che il re di Francia attendeva. Con l’animo acceso dalla speranza della vittoria, diede il segnale per l’attacco generale.
Palissa, comandante della prima schiera, spazzò via la cavalleria imperiale con un urto potente, travolgendola con impeto. Lanoia stesso ne fu scosso, ché tale foga non s’era veduta in molti anni di guerra.
E qui parve a molti che la vittoria fosse ormai francese.
Gli Svizzeri e i Tedeschi della Banda Nera, che avrebbero dovuto restare protetti dalla cavalleria, si trovarono improvvisamente esposti, ché i cavalli, lanciati in avanti con troppa fretta, avevano spezzato l’ordine dell’esercito. Non solo: le artiglierie francesi furono costrette a cessare il fuoco, per timore di colpire i propri uomini.
Così, in un solo istante, il grande assalto si rivelò troppo impetuoso, troppo rapido, e anziché assicurare la vittoria, aprì un varco per la rovina.
L’ultimo atto si avvicina
Mai, nei tempi moderni, la cavalleria combatté con tanto valore e tanta ferocia. Ogni cavaliere, ogni capitano, ogni uomo d’arme sapeva che non si batteva solo per la gloria, ma per il dominio dell’Italia intera.
Ora, le sorti della battaglia erano incerte, ma l’errore di Francesco I stava già dando il suo primo frutto amaro.
La battaglia è ormai al culmine. Il prossimo capitolo svelerà il momento in cui il destino volgerà il suo sguardo verso un unico vincitore. Seguite il prosieguo della cronaca di Paolo Giovio, ché il clangore delle armi ancora risuona nella memoria della storia.












































































































