
Francesco Taegio
Accorgendosi il Cristianissimo Re che ogni sua forza gli veniva meno, decise di tentare nuovi mezzi affinché Pavia gli si arrendesse. Sapendo che il signor Antonio de Leyva, molti anni prima, si era confessato con un frate minore dell’osservanza, fece chiamare il frate e gli impose di presentarsi al signor Antonio come ambasciatore. Gli ordinò di usare tutte le buone parole che ritenesse utili per persuaderlo a consegnare la città. Il frate promise al Re di operare in modo tale da meritarsi le sue lodi, e partì per Pavia il primo giorno di dicembre.
Entrato in diverse conversazioni con il fedele signor Antonio, alla fine il frate gli disse:
«Signor mio, se non fossi certo che Vostra Signoria nutre in me quella fiducia che so che avete, e se dubitassi che voi, che tante volte avete affidato la vostra anima nelle mie mani, non credeste che io vi ami di buon cuore e desideri il vostro bene e onore, non oserei dirvi alcunché. Ma se presterete fede alle mie parole come avete fatto altre volte, sono certo che ne trarrete beneficio per tutta la vita.
Sappiate dunque, signor mio caro, che sono stato inviato qui come ambasciatore del Cristianissimo Re di Francia. Per parte della sua Maestà, vi invito a consegnare la città, che egli a ogni modo otterrà, sia per amore che per forza.
Sapete bene quanto sia potente il Re e, d’altro canto, dovete considerare in quale estrema necessità è ormai ridotta la città. Come voi siete sprovvisti di tutto ciò che serve alla difesa, egli abbonda di denaro, soldati, vettovaglie, artiglieria e di ogni altra cosa necessaria per espugnare una città. Non pensate più oltre a questa faccenda e fate quello che vi consiglio di fare.
Non confidatevi nell’attesa di soccorsi: posso dirvi con certezza che né l’Imperatore né il Duca di Milano hanno denaro sufficiente per mettere in campo un esercito. Anche se aveste la miglior gente del mondo, non potreste ricevere aiuto neppure per un bicchiere d’acqua, perché, come vedete, siete circondati da bastioni, fossati, bocche di fuoco e soldati. Nessun esercito potrebbe passare senza un miracolo.
Se arrenderete la città al Re di Francia, non pensate che sarà ingrato. Al contrario, la sua Maestà, principe generoso sopra ogni altro, vi promette di ricompensarvi con denaro e ricchezze a vostra richiesta. Conoscendovi da anni come uomo privo di cupidigia e dedito all’onore sopra ogni altra cosa, sono certo che prenderete questa decisione.
Se invece non lo farete, perderete tutto l’onore e la gloria che avete acquisito in passato. Se il Re prenderà la città con la forza, cosa si dirà di voi? Che siete stato imprudente e temerario? Al giorno del giudizio, come potrete difendervi dalle voci delle donne e delle ragazze violate dai soldati francesi, che entreranno vittoriosi? Non vorrete essere responsabile della distruzione, del saccheggio e della rovina di questa città.»
Antonio de Leyva, irritato, rispose:
«Giuro a Dio che, se non foste l’ambasciatore del Re di Francia, vi farei subito impiccare con la corda che portate alla vita. Questo è forse il compito di un frate dell’osservanza di San Francesco? Andatevene via da qui, e non tornate mai più per una simile causa!»
Il frate, spaventato, si ritirò senza dire altro. Uscendo, Antonio aggiunse:
«Quando tornerete dal Re di Francia, ditegli che mi sorprende molto che sua Maestà mi abbia inviato una simile ambasciata. Io sono pronto a patire mille morti piuttosto che tradire il mio signore. Pavia appartiene all’Imperatore, che l’ha concessa al duca Francesco Sforza. Intendo difenderla con ogni sforzo e, se ci riuscirò, restituirla al duca. Dite al Re che faccia ciò che crede: io non temo nulla, e confido nell’Imperatore e nel suo esercito, che presto verrà a soccorrerci. Sono certo che Pavia sarà liberata dall’assedio e vittoriosa.»
Quando il Re di Francia venne a sapere che cinquemila tedeschi esperti erano giunti a Lodi in soccorso dell’Imperatore, perché i cittadini di Pavia, tra squilli di trombe e campane festose, manifestarono un’incredibile gioia. Per questo motivo, il Re ordinò di scavare una grande fossa e di costruire un bastione intorno a Pavia, sperando così di essere al sicuro dagli assalti dei cittadini e di impedire l’ingresso di rinforzi imperiali senza grande difficoltà e pericolo.
F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

L.M.
Il primo giorno di dicembre del 1524, il Cristianissimo Re di Francia, avvedendosi delle difficoltà crescenti nel piegare la fiera resistenza della città di Pavia, tentò un nuovo stratagemma. Sfruttando l’antico legame spirituale tra il signor Antonio de Leyva, comandante della città, e un frate minore dell’osservanza, il Re inviò quest’ultimo come ambasciatore, confidando nella persuasione più che nella forza delle armi.
L’ambasciata del frate
Il frate, portando con sé l’autorità del Re, giunse a Pavia e si presentò ad Antonio de Leyva con parole mielate e un tono apparentemente benevolo. Dopo vari preamboli, esortò de Leyva a considerare la resa come l’unica scelta saggia:
- Ricordò le forze soverchianti del Re di Francia e la scarsità di risorse all’interno della città.
- Insistette sull’impossibilità di ricevere aiuti imperiali, sottolineando che l’Imperatore e il Duca di Milano mancavano di mezzi per inviare soccorsi.
- Fece appello alla prudenza, prospettando una Pavia saccheggiata e distrutta se la resistenza fosse continuata.
- Infine, offrì ricompense e onori da parte del Re di Francia, tentando di toccare l’orgoglio del comandante.

La risposta di Antonio de Leyva
Antonio, uomo saldo nella fede e nell’onore, si infuriò di fronte a tali proposte, interpretandole come un insulto alla propria lealtà e alla dignità della città. Le sue parole furono taglienti:
«Giuro a Dio che, se non foste l’ambasciatore del Re di Francia, vi farei subito impiccare con la corda che portate alla vita. […] Pavia appartiene all’Imperatore e io la difenderò fino all’ultimo respiro!»
Antonio congedò il frate con un avvertimento: riferire al Re di Francia la ferma determinazione di resistere fino alla fine, confidando nell’arrivo imminente delle truppe imperiali.
La speranza si riaccende
Mentre queste parole risuonavano come un’eco di fedeltà tra i bastioni della città, giunse finalmente una notizia tanto attesa: cinquemila soldati tedeschi, veterani esperti, erano arrivati a Lodi in marcia verso Pavia. La reazione in città fu immediata e travolgente.
Le campane delle chiese suonarono a festa e i cittadini, tra squilli di trombe e grida di gioia, si riempirono di nuova speranza. Pavia non era sola: l’Imperatore non l’aveva abbandonata.
La risposta del Re di Francia
Sconvolto da questo colpo, il Cristianissimo Re reagì con una nuova misura difensiva. Ordinò di scavare una grande fossa e costruire un possente bastione attorno alla città, nel tentativo di bloccare gli imminenti rinforzi imperiali. Tuttavia, questo gesto, pur ambizioso, tradiva il timore crescente che il destino della campagna di Pavia stesse sfuggendo al suo controllo.
Conclusione
La giornata del primo dicembre rimarrà impressa nella memoria dei cittadini di Pavia come un simbolo di resistenza incrollabile e di speranza. Il signor Antonio de Leyva dimostrò che l’onore e la lealtà sono più forti di qualsiasi promessa di ricchezza o minaccia di distruzione. E mentre le mura della città continuavano a resistere, i rintocchi delle campane portavano un messaggio chiaro: Pavia non si arrenderà.