(Parte VII – Prigionieri, fughe e l’eco della disfatta)
Il clangore delle armi andava spegnendosi, il fragore delle bombarde taceva, ma la guerra non conosce fine immediata, ché il campo di battaglia non si placa finché l’ultimo uomo non è caduto o fuggito.
La fanteria francese e italiana, che era rimasta nei pressi del castello e degli alloggiamenti, venne chiamata dal re in soccorso. Ma era troppo tardi. Condotti da Bussivo Ambosio, si mossero verso la mischia solo per incontrare i tedeschi imperiali, già ebbri di vittoria, che avevano appena annientato i lanzichenecchi della Banda Nera. Ambosio cadde sul campo, e con lui la speranza di ribaltare il destino della giornata.
Il resto della fanteria fu disperso o posto in fuga, ma alcuni, sfruttando la vicinanza degli alloggiamenti, riuscirono a salvarsi.
I tedeschi imperiali, disciplinati e freddi nel trionfo, non si scomposero nel loro assetto. A loro era stato ordinato di non uscire dalla battaglia per inseguire i fuggitivi, né di saccheggiare, né di far prigionieri prima della vittoria completa. Per questo, poche furono le mani tedesche che si sporcarono del sangue di chi fuggiva.
Ben diverso fu l’atteggiamento degli spagnoli, che più di ogni altro corpo avevano sostenuto il peso della battaglia e deciso la vittoria. Essi si scatenarono nel saccheggio e si appropriarono delle più alte prede di guerra e dei prigionieri più illustri.
In quella rovina generale, Arrigo, re di Navarra, e Renato di Savoia, zio del re e maestro di campo, furono presi e condotti via prigionieri. Renato, ferito gravemente, non sopravvisse a lungo, ché la febbre e le piaghe della battaglia lo consumarono tra le mani dei vincitori.
Caddero prigionieri anche Mommoransi, Brione, Federigo da Bozzolo e Obegnino, così come Fioranzo, capitano degli svizzeri, il quale non poté nulla contro la disfatta delle sue genti.
Ma non tutti i destini furono uguali. Francesco di Borbone, conte di San Polo, fu risparmiato dalla morte per un caso fortuito. Giaceva tra i cadaveri, sanguinante e immobile, quando un soldato spagnolo, credendolo morto, gli tagliava un dito per strappargli un anello. Fu allora che si riebbe, e forse fu il dolore più della pietà a salvarlo.
Ben diversa fu la sorte di Lescu, tra i più valorosi baroni francesi, il quale era stato ferito gravemente da una palla d’archibugio alla coscia. Rimasto in Pavia tra i nemici, morì il nono giorno, non per le ferite, ma per il peso insostenibile dell’umiliazione e del dolore.
Si dice che, mentre agonizzava, venisse visitato dai capitani imperiali e dal marchese del Vasto, e che nella sua febbre maledicesse il nome di Guglielmo Bonivetto, l’ammiraglio di Francia che si era immolato nella battaglia. Lo chiamava pestilente consigliere, lo accusava di aver spinto il re alla disfatta, e diceva che in quel giorno lo aveva cercato per togliergli la vita, per vendicare la Francia dal disastro cui l’aveva condotta.
Ma non vi fu vendetta.
Tra gli altri morti, caddero Tonereo e Tornon, quest’ultimo svanito nel nulla, ché mai si trovò il suo corpo. Si ricordava il suo nome per le guerre di Navarra, quando aveva combattuto al fianco di Asparosio, fratello di Lescu, e si diceva che avesse contribuito a spingere il re a nuove guerre. La sua fine rimase un mistero sul campo di Pavia.
Non tutti caddero, ché vi furono anche quelli che seppero fuggire, e forse per questo la loro sorte fu più dura.
Lanson, per portare la notizia della disfatta in Francia, riuscì a fuggire con un grande squadrone di uomini d’arme. Alcuni lo lodarono per la prudenza, ché nella disfatta un uomo doveva pur sopravvivere per raccontarla. Ma molti lo accusarono di codardia, e si disse che egli aveva pensato più a salvare la propria vita che a guidare i suoi in un’ultima resistenza.
La sorte volle che non vivesse a lungo dopo la battaglia. Morì in pochi giorni, consumato dal dolore e dall’onta della fuga.
Il suo luogotenente, Umenio Roca, volle difenderne l’onore, e raccontò che quando la vittoria fu ormai certa per gli imperiali, egli stesso aveva consigliato a Lanson di ritirarsi, ché non vi era più speranza. Ma il giudizio della storia non fu clemente, ché la Francia non voleva eroi sconfitti, ma uomini che avrebbero dovuto vincere o morire.
Nel caos della ritirata, Clermont, rimasto in guardia negli alloggiamenti di Mommoransi, capì che non vi era più nulla da fare. Egli non si lasciò prendere dal panico, ma ordinò una ritirata disciplinata, parlando ai suoi uomini con fermezza e dicendo che se dovevano fuggire, lo avrebbero fatto con onore e con ordine, senza cedere alla paura.
Così, con disciplina, passò il Gravalone e tagliò i ponti dietro di sé, raggiungendo Mortara e poi la Francia senza subire perdite.
Lo stesso accadde a Milano, dove coloro che assediavano la rocca, non sapendo ancora della disfatta, rimasero fermi nel loro proposito. Ma quando la notizia giunse loro, i capitani presero una decisione rapida.
Guidati da Teodoro Trivulzio, decisero di non lasciar cadere il morale dei soldati, e con un’abile manovra coprirono la loro ritirata, pubblicando falsamente la notizia di una grande vittoria. Così, senza suscitare allarme, con tutte le bagaglie e senza subire un solo attacco, raggiunsero il Lago Maggiore, ponendosi in salvo.
La guerra era finita. La battaglia di Pavia aveva segnato il trionfo imperiale e la rovina delle ambizioni francesi in Italia.
Ma il destino del re, ormai prigioniero, era ancora da scrivere.
Nel prossimo capitolo, Francesco I verrà condotto prigioniero, e il mondo intero conoscerà l’eco della sua sconfitta. Seguite il prosieguo della cronaca di Paolo Giovio, ché la storia ha ancora da compiersi.












































































































