La guerra non conosce un solo volto, né una sola voce. Il fragore delle armi e il fumo delle artiglierie offuscano non solo l’aria, ma anche il racconto degli eventi, cosicché persino i testimoni diretti riportano date e dettagli che sembrano sovrapporsi senza mai combaciare del tutto. Così accade per le cronache dell’assedio di Pavia, nelle quali due fonti, entrambe degne di nota, ci restituiscono la memoria di uno scontro feroce, ma lo collocano in due giorni diversi. L’anonimo cronista pavese fissa la scaramuccia al 12 febbraio, mentre Francesco Taegio la riporta all’11. Come spiegare questa discrepanza? Forse la confusione del tempo, il modo differente di contare le ore, oppure la sovrapposizione di scontri distinti ma simili nel furore.
L’attacco degli imperiali e il martellamento dell’artiglieria
Secondo il cronista pavese, il 12 febbraio, nelle ore serali, circa 500 fanti e 50 cavalleggeri uscirono dalla città attraverso la darsena, puntando su Sant’Apollinare, dove assalirono con successo gli svizzeri, infliggendo loro pesanti perdite e raccogliendo un ricco bottino. Tuttavia, dopo una lunga scaramuccia, dovettero ritirarsi, perdendo una decina di uomini. Nel frattempo, l’artiglieria di Pavia bombardava incessantemente le postazioni francesi, costringendoli a spostare le loro linee più a ridosso delle fortificazioni.
Francesco Taegio, invece, ci riporta che già l’11 febbraio l’artiglieria imperiale, posta sul torrione del castello, fece strage tra gli svizzeri, causando il panico nel mercato dei vivandieri e riempiendo l’aria di un fumo denso, che per tutto il giorno oscurò la vista della città e del campo di battaglia. Sempre nella stessa giornata, verso le ore ventuno, Francesco di Ponte e Beregano, alla testa di una forza composta da gianetteri spagnoli e fanti tedeschi, uscirono dalla città e assalirono le postazioni svizzere lungo il Ticino. Tuttavia, l’arrivo di due compagnie di cavalieri francesi con un nutrito seguito di fanti rovesciò le sorti dello scontro, costringendo gli imperiali a una ritirata. Nonostante alcune catture e qualche successo parziale, il costo umano fu alto: tra i tedeschi e i nobili di Pavia vi furono morti e feriti, alcuni raggiunti dai proiettili nemici, altri caduti nel disperato tentativo di rientrare in città.
Due giorni, un solo scontro?
Se Taegio ci racconta la sortita dell’11 febbraio e il cronista pavese quella del 12, è difficile stabilire se si tratti di due episodi distinti o della medesima battaglia, sfalsata nel tempo da differenti metodi di registrazione. Forse le azioni si svilupparono lungo due giorni, con un primo assalto seguito da nuovi scontri, o forse la confusione della guerra ha trascinato con sé anche la memoria degli eventi.
Quello che è certo è che, in quei giorni, il fronte intorno a Pavia rimase in costante movimento: l’artiglieria seminava morte tra gli svizzeri, i francesi tentavano di mantenere le loro posizioni e gli imperiali cercavano di spezzare l’assedio con rapide incursioni. E mentre la storia si scriveva tra le fiamme e il fumo, i cronisti raccoglievano ciò che potevano, consegnandoci frammenti di verità, intrisi di sangue e polvere da sparo.












































































































