Sortite e Cannoni: Gli Assediati di Pavia Sferrano l’Attacco

Sortite e Cannoni: Gli Assediati di Pavia Sferrano l’Attacco
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Anonimo Pavese

Adì 12 il nostro campo fece una grossa scaramuzza con i nemici, e l’artiglieria, sia grossa che minuta, lavorò intensamente. Così, intorno alle 20 ore, i nostri uscirono dalla città alla darsena con circa 500 fanti e 50 cavalli leggeri, e corsero fino a Santa Polinara, dove bottinarono abbondantemente e uccisero molti Svizzeri.
Vero è che tra i nostri ne rimasero circa dieci, ma tra loro più di cinquanta. La scaramuccia durò a lungo, ma alla fine i nostri furono costretti a ritirarsi. L’artiglieria della città arrecò grande danno ai Francesi, tanto che furono costretti a spostare le loro piazze e a ritirarsi ancor più nel loro ridotto rispetto a prima.

 

A. Bonardi, “Diario inedito dell’assedio e della battaglia di Pavia, 1524-1525”, in Memorie e Documenti per la Storia di Pavia e suo principato, P. Moiraghi, Pavia, Premiata tipografia ed eliotipia fratelli Fusi, 1894

di Francesco Taegio

Francesco Taegio

L’undicesimo giorno di febbraio, con le artiglierie poste sul torrione del castello, furono uccisi molti svizzeri. Per questo motivo, i vivandieri che si trovavano nel loro mercato furono costretti a fuggire con poco guadagno, poiché altrimenti i francesi, con le loro enormi palle di ferro, avrebbero continuato a colpire gli imperiali. A causa di ciò, per tutto quel giorno l’aria rimase oscurissima per via del fumo denso che si levava dai bombardamenti.
Nello stesso giorno, intorno alle ore ventuno, il signore Francesco di Ponte con cento gianetteri spagnoli e il signore Beregano con una compagnia di fanti, tra i quali vi erano spagnoli e tedeschi, uscirono da Pavia attraverso una piccola porta che conduceva al Ticino e piombarono con grande impeto sugli svizzeri. Tuttavia, due compagnie di uomini d’arme francesi, accompagnate da una grandissima moltitudine di fanti, accorsero prontamente per contrastarli. Gli imperiali, sebbene a malincuore, furono costretti a ritirarsi. Anche se i tedeschi riuscirono a catturare alcuni cavalli e a fare prigioniero un capitano svizzero, alcuni tra loro e tra i nobili furono uccisi dagli archibugi, mentre altri, gravemente feriti, riuscirono a tornare in città.
Il giorno seguente non accadde nulla di significativo, se non che gli svizzeri furono colpiti così duramente dall’artiglieria di Pavia che, contro la loro volontà, furono costretti ad abbandonare la loro posizione e a cercare luoghi più sicuri.

 

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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L.M.

La guerra non conosce un solo volto, né una sola voce. Il fragore delle armi e il fumo delle artiglierie offuscano non solo l’aria, ma anche il racconto degli eventi, cosicché persino i testimoni diretti riportano date e dettagli che sembrano sovrapporsi senza mai combaciare del tutto. Così accade per le cronache dell’assedio di Pavia, nelle quali due fonti, entrambe degne di nota, ci restituiscono la memoria di uno scontro feroce, ma lo collocano in due giorni diversi. L’anonimo cronista pavese fissa la scaramuccia al 12 febbraio, mentre Francesco Taegio la riporta all’11. Come spiegare questa discrepanza? Forse la confusione del tempo, il modo differente di contare le ore, oppure la sovrapposizione di scontri distinti ma simili nel furore.

L’attacco degli imperiali e il martellamento dell’artiglieria

Secondo il cronista pavese, il 12 febbraio, nelle ore serali, circa 500 fanti e 50 cavalleggeri uscirono dalla città attraverso la darsena, puntando su Sant’Apollinare, dove assalirono con successo gli svizzeri, infliggendo loro pesanti perdite e raccogliendo un ricco bottino. Tuttavia, dopo una lunga scaramuccia, dovettero ritirarsi, perdendo una decina di uomini. Nel frattempo, l’artiglieria di Pavia bombardava incessantemente le postazioni francesi, costringendoli a spostare le loro linee più a ridosso delle fortificazioni.

Francesco Taegio, invece, ci riporta che già l’11 febbraio l’artiglieria imperiale, posta sul torrione del castello, fece strage tra gli svizzeri, causando il panico nel mercato dei vivandieri e riempiendo l’aria di un fumo denso, che per tutto il giorno oscurò la vista della città e del campo di battaglia. Sempre nella stessa giornata, verso le ore ventuno, Francesco di Ponte e Beregano, alla testa di una forza composta da gianetteri spagnoli e fanti tedeschi, uscirono dalla città e assalirono le postazioni svizzere lungo il Ticino. Tuttavia, l’arrivo di due compagnie di cavalieri francesi con un nutrito seguito di fanti rovesciò le sorti dello scontro, costringendo gli imperiali a una ritirata. Nonostante alcune catture e qualche successo parziale, il costo umano fu alto: tra i tedeschi e i nobili di Pavia vi furono morti e feriti, alcuni raggiunti dai proiettili nemici, altri caduti nel disperato tentativo di rientrare in città.

Due giorni, un solo scontro?

Se Taegio ci racconta la sortita dell’11 febbraio e il cronista pavese quella del 12, è difficile stabilire se si tratti di due episodi distinti o della medesima battaglia, sfalsata nel tempo da differenti metodi di registrazione. Forse le azioni si svilupparono lungo due giorni, con un primo assalto seguito da nuovi scontri, o forse la confusione della guerra ha trascinato con sé anche la memoria degli eventi.

Quello che è certo è che, in quei giorni, il fronte intorno a Pavia rimase in costante movimento: l’artiglieria seminava morte tra gli svizzeri, i francesi tentavano di mantenere le loro posizioni e gli imperiali cercavano di spezzare l’assedio con rapide incursioni. E mentre la storia si scriveva tra le fiamme e il fumo, i cronisti raccoglievano ciò che potevano, consegnandoci frammenti di verità, intrisi di sangue e polvere da sparo.

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