Il vento, le spie e la disfatta presso la Bormida nell’assedio di Pavia

Il vento, le spie e la disfatta presso la Bormida nell’assedio di Pavia
di Francesco Taegio

Francesco Taegio

L’altro giorno, soffiando i venti con empito grandissimo, ciascuna parte cheta restò ne’ suoi alberghi. E in quel dì vennero alcune spie in Pavia, le quali narrarono come, mentre si avvicinavano in soccorso dei francesi diciassette bandiere di fanti, i quali erano sotto il governo del signor Renzo Orsini e che, sbarcati a Savona da galea, camminavano per terra per congiungersi col campo del Cristianissimo Re, questi tutti furono assaliti dal signor Guasparo di Mayni, dal signor Belardino di Zoretto e da alcune altre compagnie italiane, che in Alessandria, per la difesa di quella città, dall’illustrissimo duca di Milano erano state mandate.
E andò agli assalitori la cosa sì ben fatta, che non solo ebbero la vittoria, ma, acquistando tutte le bandiere, seguirono i fuggitivi fino alla riva d’uno fiume chiamato Bormida, nel quale molti, saltando e non pensando ad altro che con la corsa fuggire la morte, in quella stessa morte sforzatamente incapparono.

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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L.M.

Talvolta il vento tace le armi. L’altro giorno, il soffiare impetuoso dei venti costrinse entrambe le parti, imperiali e francesi, a rimanere quiete nei propri alberghi. Eppure, mentre il fragore della battaglia cedeva il posto al sibilo dell’aria e alle tele tese delle tende militari, giunsero a Pavia notizie che avrebbero scosso gli animi più del rombo dell’artiglieria.

Queste nuove rivelazioni completano e rafforzano le informazioni già diffuse in città il giorno 13 febbraio, quando si era appreso dai vivandieri catturati della sconfitta subita dalle truppe francesi presso Savona.

Alcune spie penetrarono in città, portando novelle di grande conforto per gli assediati. Raccontarono di come le galee francesi avessero sbarcato a Savona diciassette bandiere di fanti al comando del signor Renzo Orsini, che si muovevano per congiungersi al campo del Re Cristianissimo. Tuttavia, la loro marcia non passò inosservata. Le forze italiane fedeli all’illustrissimo duca di Milano, guidate dal signor Guasparo di Mayni e dal signor Belardino di Zoretto, già stanziate ad Alessandria per la difesa di quella città, li intercettarono.

Lo scontro fu rapido e decisivo. Gli imperiali si scagliarono sui francesi con tale ardore che, non solo li sbaragliarono, ma si impossessarono di tutte le loro bandiere. La vittoria non si fermò sul campo: i fuggitivi furono inseguiti fino alle rive della Bormida, e lì il terrore li sopraffece. Tentando di sfuggire alla furia degli inseguitori, molti soldati francesi si gettarono nelle acque del fiume, sperando di trovare scampo. Ma il fiume, gonfio e minaccioso, non fu loro alleato: molti di quei disgraziati trovarono proprio nell’acqua la morte che tentavano di evitare.

Queste voci giungevano a conferma di quanto già si era appreso il giorno 13, quando i nostri cavalleggeri, sortendo da Porta Nova, erano arrivati fino a San Salvatore e San Lanfranco, catturando vivandieri e carpendo dalle loro bocche le prime notizie della disfatta nemica presso Savona. Ora, i dettagli forniti da Francesco Taegio completano il quadro e danno certezza ai racconti raccolti sotto le mura.

Così, mentre i venti scuotevano le tende e le armi tacevano, le acque della Bormida si erano fatte sepolcro per gli avversari del Duca e del nostro Imperatore. E a Pavia, pur sotto assedio, quel giorno si respirò il sollievo della vittoria lontana.

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