La notte scorsa, tre cavalleggeri giunsero al nostro campo, portando con sé numerose lettere destinate ai capitani. Oltre agli scritti, portarono notizie che fecero sussultare gli animi: il Marchese di Pescara aveva condotto una dura scaramuccia contro gli svizzeri, lasciandone sul campo oltre trecento. La vittoria non si fermava al numero dei caduti, ma si misurava anche nell’avanzata del nostro esercito, che aveva guadagnato più di duecento braccia di terreno. Un progresso modesto, forse, ma significativo nel quadro complessivo dell’assedio.
Trincee e strategie sotterranee
Nel frattempo, nel nostro campo, il lavoro non si arresta. I soldati non solo combattono con le armi, ma scavano senza sosta, aprendo trincee profonde tre braccia e altrettanto larghe. Il cronista pavese non nasconde una certa ironia nel descrivere questa guerra sotterranea, quasi come se i soldati si fossero trasformati in talpe, avanzando più sotto terra che in campo aperto. Ma questa è la guerra d’assedio: ogni metro strappato al nemico è frutto tanto della fatica quanto del sangue.
L’11 febbraio: un giorno di quiete apparente
Dopo lo scontro e i lavori frenetici delle trincee, giunse l’11 febbraio, un giorno in cui ogni esercito restò quieto. Poco di notevole si vide, nessuno avanzò, nessuno attaccò. Il silenzio del fronte non è mai sinonimo di pace, ma piuttosto il preludio a nuovi scontri. Gli uomini riposano, le armi vengono affilate, le strategie ridefinite. Cosa accadrà nei giorni a venire? Il cronista non può dirlo, ma l’aria è carica di attesa, come il cielo prima della tempesta.












































































































