Il Ponte Spezzato: L’Audace Sortita Imperiale

Il Ponte Spezzato: L’Audace Sortita Imperiale
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Anonimo Pavese

Il 7 febbraio il nostro esercito, per quanto potevamo comprendere, fece pochi movimenti, limitandosi a qualche scaramuccia. Dalla parte dei francesi si udirono numerosi tiri d’artiglieria, mentre i nostri, secondo il giudizio comune, ne spararono soltanto due.
I soldati della città, incoraggiati dalla vittoria del giorno precedente, chiesero di poter uscire nuovamente, e il signor Antonio de Leiva lo concesse. Furono inviati circa 100 cavalleggeri e 800 fanti armati di archibugi, che attraversarono l’intero borgo di San Salvatore, mettendolo a ferro e fuoco, dopo che già il giorno prima la maggior parte delle case era stata incendiata.
I cavalleggeri avanzarono fino a San Lanfranco, facendo un ricco bottino: riuscirono a catturare 32 muli da trasporto carichi di stoffe, di cui 18 ancora carichi e il resto vuoti, oltre a 20 cavalli di buona qualità. Di giorno in giorno i francesi andavano peggiorando la loro situazione: ormai erano sette giorni e sette notti che restavano sempre armati, soffrendo una grande carestia nel campo e vivendo nel terrore. Tutto ciò fu confermato dai prigionieri catturati.

A. Bonardi, “Diario inedito dell’assedio e della battaglia di Pavia, 1524-1525”, in Memorie e Documenti per la Storia di Pavia e suo principato, P. Moiraghi, Pavia, Premiata tipografia ed eliotipia fratelli Fusi, 1894

di Francesco Taegio

Francesco Taegio

Il giorno seguente, i tedeschi e i pavesi, usciti in campo aperto, misero a sacco il borgo situato a occidente e, penetrati nei giardini, li spogliarono completamente di ogni pianta e raccolto. La nebbia fu così fitta quel giorno che coloro che erano saliti sulle torri della città non riuscivano a vedere cosa facessero i due eserciti vicini, ma si udivano solamente fortissimi scoppi di artiglieria, altissimi gridi e rumori di battaglia. Perciò, nella città si sparse la voce che gli imperiali, contro ogni volontà dei francesi, si erano spinti un poco più avanti.

Intorno alle ventuno ore, il signore Francesco di Ponte, con ottanta cavalli leggeri, uscì dalla città attraverso la porta occidentale e si spinse fino al monastero dove, per molti giorni, aveva alloggiato il Cristianissimo Re. Tuttavia, trovandovi solamente alcuni malati, si diresse verso il ponte sul Ticino, distante circa tre miglia da Pavia. Qui, dopo aver ucciso coloro che ne custodivano l’accesso, ordinò che il ponte fosse distrutto. Nel frattempo, continuò ad attaccare quanti incontrava lungo la strada. Alla fine, tornò in città insieme ai suoi compagni, portando con sé numerosi prigionieri, cavalli e bestie da soma cariche di vettovaglie, rientrando a Pavia con grande soddisfazione.

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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L.M.

Nel settimo giorno di febbraio, mentre il campo imperiale sembrava limitarsi a pochi movimenti e scaramucce, la tensione tra le fila francesi continuava a crescere. Da giorni gli uomini di Francesco I vivevano in uno stato di allerta costante, rimanendo in armi giorno e notte, logorati dalla fatica e dalla fame. Gli imperiali, ben consapevoli di questa situazione, decisero di colpire ancora una volta con azioni mirate e sortite improvvise, mantenendo alta la pressione sul nemico.

L’Attacco al Borgo di San Salvatore e il Saccheggio

Le truppe imperiali, incoraggiate dai successi dei giorni precedenti, si organizzarono per un nuovo attacco. Il signor Antonio de Leyva, ascoltando le richieste dei suoi uomini, autorizzò una sortita dalla città. Nel tardo pomeriggio, il capitano Francesco di Ponte, a capo di circa cento cavalleggeri e ottocento fanti armati di archibugi si spinse fuori dalle mura, attraversando il borgo di San Salvatore. Dopo aver raggiunto il monastero dove per giorni aveva alloggiato il Cristianissimo Re, non vi trovò altro che alcuni malati lasciati indietro. Gran parte delle abitazioni erano già state incendiate il giorno prima, ma i soldati completarono l’opera devastando ciò che rimaneva e depredando le ultime riserve di beni e vettovaglie. I cavalleggeri avanzarono poi fino a San Lanfranco, dove si imbatterono in carovane di rifornimenti francesi. Il bottino fu ricco: trentadue muli da trasporto, di cui diciotto ancora carichi di stoffe e beni preziosi, oltre a venti cavalli di grande valore.

L’Audace Assalto al Ponte sul Ticino

Decise quindi di avanzare ulteriormente fino al ponte sul Ticino, distante circa tre miglia da Pavia.

Qui gli imperiali attaccarono con ferocia le guardie francesi di stanza al ponte, uccidendole senza pietà. Dopo aver eliminato la resistenza nemica, ordinarono la distruzione della struttura, così da impedire eventuali spostamenti o fughe da parte dell’esercito francese.

Al loro ritorno in città, i soldati furono accolti con grande entusiasmo. L’operazione era stata un successo totale: il nemico subiva continue perdite, e la città, pur assediata, conservava la sua forza e la sua volontà di resistere.

La Nebbia e il Caos della Battaglia

Nello stesso giorno, la nebbia si abbatté sulla pianura intorno a Pavia, impedendo a chiunque fosse sulle torri della città di osservare con chiarezza i movimenti degli eserciti. Tuttavia, sebbene la vista fosse oscurata, il fragore delle battaglie risuonava nell’aria: forti scoppi di artiglieria e grida altissime rimbombavano nel paesaggio, alimentando le speculazioni tra gli assediati. Si diceva che gli imperiali fossero riusciti a spingersi più avanti di quanto i francesi avrebbero voluto concedere, un segno che il morale dell’esercito nemico continuava a vacillare.

Il Destino del Campo Francese

Con il passare dei giorni, la situazione dell’esercito francese si faceva sempre più critica. Le incursioni imperiali avevano minato le loro difese, i rifornimenti scarseggiavano e la paura di un attacco su larga scala cresceva. Il Cristianissimo Re, che fino a quel momento aveva confidato nella superiorità delle sue forze, cominciava forse a comprendere che Pavia non sarebbe caduta tanto facilmente.

Mentre il nemico si logorava nella sua stessa incertezza, i difensori della città alzavano gli occhi al cielo, pregando che il destino concedesse loro la vittoria. Dio voglia che il coraggio e la costanza dei fedeli sudditi dell’Imperatore siano ricompensati!

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