L’assalto al cortile di Campeggi: la testimonianza di Martino Verri

L’assalto al cortile di Campeggi: la testimonianza di Martino Verri
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Martino Verri

Doppo questo fatto il signor Giovanni Antonio da Leva con i soldati et cittadini si riporsorno senza far alcuna impresa per quindeci giorni, ma poi passati quelli di novo esso signor Giovanni Antonio da Leva s’ imaginò una altra impresa, cioè di dare uno assalto alla gente del signor Giovanni Medici qual dimoravano al loco dil Campese sotto Pavia a un miglio drieto al naviglio, qual vene da Milano, nel qual loco vi erano clodeci insegne de Italiani, bellissima gente.
Hora adonque il signor Giovanni Antonio dimandò a se tutti li Alamani et de quelli fece la megliore scielta et quelli in compagnia de molti cittadini eletti sotto il signor Aponto, loro capitano, qual haveva seco alquanti cavalli leggieri inviò al detto loco Campese facendo reuscire quelli di Porta Nova tenendo a mano stanca e passare il naviglio a S. Vittore, accioche giongessero alla improvista al detto loco Campese sopra li nemici, et in quello medemo tempo il signor Giovano Antonio vene fuori dela città dalla medema Porta Nova con doi pezzi picoli d’ arteglieria sotto al bastione della città al gesiolo di S. Stefano incontro alla strada de Milano, nò con lui tolse altra compagnia, fuorché il signor commendator Orias, maestro general del campo imperiale, homo dignissimo et il bombardiere et il suddetto signor Martino Verri et doi servitori.
Et gionto ivi detto signor Antonio con detta arteglieria fece sparare quella verso quelli casamenti, nei quali dimoravano li soldati del signor Giovanni Medici, cioè al detto loco Campese et questo non per altro fece esso signor Antonio, se non per ispaurire quelli, ove poi fossero stati sopragionti dal campo imperiale, qual già inanti, come di sopra si è detto, era mosso al medemo loco Campese all’improviso et così aviene.
Imperciochè subito sparata detta arteglieria sopragionse il campo imperiale adosso ad essi nemici, i quali s’ erano rinchiusi nel cortile che era di detto casamento tutto murato d’ intorno, ma poco li giovò, percioche tutto in uno subito si rupe il muro qual circondava esso cortile et dapoi entrorno in quello l’ imperiali, quali tagliorno a pezzi tutti essi nemici, che ivi erano rinchiusi e questa impresa si fece tanto presto che il resto dil campo francese, ne alcuna parte di quello puote dare soccorso ne agiutto alcuno a costoro, si che adonque restò per questo similmente liberata questa altra parte d’intorno alla città dall’ assedio et ciò era dal naviglio sina al Ticino a San Lanfranco et da questa Scaramuzza ne riportorno i nostri Imperiali alla città grandi bottini tolti a nemici con grandissimi triumphi et allegrezze.

M. Verri, “Narrazione del pavese Martino Verri, testimonio oculare dei fatti accaduti in Pavia...”, “Il comune dei Corpi Santi di Pavia e ca de Tedioli”. Carlo Dell'Acqua. Pavia, Tip. Fratelli Fusi, 1877

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L.M.

Dopo i giorni di sangue e furore, anche la guerra ha bisogno di riposo. Così accadde sotto Pavia, quando il signor Giovanni Antonio de Leyva e i suoi soldati, assieme ai cittadini, rimasero per quindici giorni senza intraprendere nuove azioni, raccogliendo le forze e le energie spese nelle sortite precedenti. Ma il tempo della tregua finì, e il capitano imperiale concepì un’altra audace impresa: colpire il nemico nel cuore del loro presidio a Campeggi, poco distante dalla città, oltre il Naviglio verso San Vittore. Qui si trovavano dodici insegne di fanti italiani, soldati scelti sotto il comando del temibile Giovanni de’ Medici.

Il signor Antonio radunò i migliori tra gli Alamanni e li pose sotto il comando del signor Aponto, affiancato da alcuni cittadini eletti e da cavalli leggeri. L’ordine era chiaro: avanzare in segreto, uscire da Porta Nova, tenere la mano sinistra e oltrepassare il Naviglio presso San Vittore per piombare all’improvviso sui nemici.

Mentre quella colonna avanzava, il signor Antonio uscì egli stesso dalla città, accompagnato solo da pochi uomini fidati: il commendator Orias, maestro generale del campo, il bombardiere, il signor Martino Verri – testimone diretto degli eventi – e due servitori. Con loro portava due pezzi d’artiglieria leggera, che piazzò sotto il bastione della città, nei pressi del gesiolo di San Stefano, rivolti verso le case occupate dai soldati di Giovanni de’ Medici.

L’artiglieria aprì il fuoco. Non per distruggere, ma per seminare il panico. E il piano riuscì. Appena le bombarde tuonarono, il contingente imperiale piombò su Campeggi cogliendo il nemico alla sprovvista. I soldati di Giovanni de’ Medici si rifugiarono nel cortile del casamento, cinto da mura, sperando di resistere. Ma l’assalto fu tanto violento che le mura cedettero in un sol colpo. Gli imperiali irruppero e non vi fu scampo: i nemici furono tutti massacrati sul posto.

L’azione fu così rapida e decisa che il resto dell’esercito francese, pur accampato non lontano, non ebbe tempo di intervenire. La vittoria fu totale, e quell’area compresa tra il Naviglio e il Ticino, fino a San Lanfranco, fu liberata dalla presenza nemica. Ancora una volta i soldati imperiali rientrarono a Pavia tra canti e grida di giubilo, portando grandi bottini: viveri, armi e bestiame sottratti al nemico.

La testimonianza di Martino Verri conferma così l’eco già giunta attraverso altre cronache: il cortile di Campeggi, divenuto teatro di rovina per i soldati di Giovanni de’ Medici, segnò un altro passo verso la resistenza della città assediata e il logoramento degli assedianti. Tra fumo e sangue, Pavia mostrava ancora i denti.

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