Un Raggio di Speranza: L’Annuncio del Soccorso Imperiale Rianima Pavia

Un Raggio di Speranza: L’Annuncio del Soccorso Imperiale Rianima Pavia
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Anonimo Pavese

Adì XII di Zenaro entrarono due Spagnoli con grande arte, che sarebbe lungo a scrivere, e portarono, oltre le lettere, ducati 3000, che ne fu buon soccorso.
Vennero con nuove che il nostro esercito doveva uscire da Lodi alli 15, e che già erano tutti uniti, e che l’illustrissima Signoria stava ben collocata con il Serenissimo Imperatore e il Signor Duca nostro.
Questo fu di grande allegrezza per i nostri capitani, i quali mandarono tutti i soldati e il popolo alla muraglia gridando: Imperio, Duca, Spagna, Inghilterra, Marco!
E con trombe e artiglieria si manifestò un gaudio grandissimo.

A. Bonardi, “Diario inedito dell’assedio e della battaglia di Pavia, 1524-1525”, in Memorie e Documenti per la Storia di Pavia e suo principato, P. Moiraghi, Pavia, Premiata tipografia ed eliotipia fratelli Fusi, 1894

di Francesco Taegio

Francesco Taegio

Il 13º giorno di Genaio, i Tedeschi domandarono un’altra volta le paghe, e allora, per consiglio, fu ordinato che i medici, speziali, beccai, fabbri e osti prestassero alcuni danari.
E poiché quei cittadini e artigiani, nelle cui case erano i mulini, più guadagnavano, perciò un maggiore numero di danari da loro fu richiesto.
Oltre a questo, il signore Antonio tolse una collana d’oro e certi anelli che egli soleva portare, e ne fece battere danari, nei quali si vedeva il nome di Pavia e di Cesare.
Poi, chiamati alcuni capitani spagnoli, li pregò che gli dessero a prestanza qualche fiorino, il che, ottenuto, con questa guisa contentò i Tedeschi.
Ma mentre, circa questa cosa, il signor Antonio era sollecitissimo, entrarono due spagnoli in Pavia, uno dei quali portava una bandiera di una compagnia, e presentarono al signore Antonio tremila ducati d’oro, a lui mandati dal valentissimo Viceré e dal signor Marchese di Pescara, affinché questi ducati fossero distribuiti ai soldati.
Inteso ciò dagli Alemanni, conobbero quanto fosse il desiderio di questi signori di ricompensarli per le loro fatiche, purché potessero; perciò, tutti concordemente, per questo atto giurarono di patire piuttosto ogni disagio e mille morti, e di bere anche acqua per un mese, se il bisogno a ciò li avesse condotti, piuttosto che arrendere ai nemici la città.
E quanto fosse grande l’ardire e l’ingegno di questi due spagnoli ciascuno può vedere, considerando che essi, molti giorni, carichi di quell’oro, non solo dimorarono nel campo dei francesi, ma ancora parlarono col Re.
E, ordita una loro favola, gli dissero come si fossero fuggiti dalla sua Maestà, poiché, venuti a parole con uno scudiero del Marchese di Pescara, lo avevano ucciso, e perciò si offrivano a ogni suo servizio, purché ella per i suoi soldati li avesse accettati.
E così il Re, fatta prima con grandissima diligenza cercare la verità delle cose, intese da alcune sue spie che tutto era vero; onde diede loro alcuni presenti, promettendo di non lasciarli mancare di nulla in futuro.
Con questo lodevole inganno, dunque, i due spagnoletti, dopo che per molti giorni in compagnia dei francesi avevano guerreggiato contro i pavesi, finalmente, vedendosi l’occasione propizia, entrarono salvi in Pavia.

F. Taegio, “Rotta e prigionia di Francesco primo, re di Francia, sotto Pavia l’anno 1525”, tradotta dal Cremonese Cambiago, Pavia, per Gio. Andrea Magri Stampatore della Città, 1655

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L.M.

Nel gelido inverno del 13 gennaio 1525, tra le mura martoriate di Pavia, la disperazione si mescolava alla speranza. I soldati tedeschi, stremati dall’assedio e dalle privazioni, chiesero ancora una volta la loro meritata paga. Il signor Antonio de Leyva, saldo nel comando ma gravato dalle difficoltà, si trovò nell’urgente necessità di reperire il denaro per soddisfare i suoi uomini.

Su consiglio del Senato cittadino, furono imposti prestiti forzati a medici, speziali, beccai, fabbri e osti. Particolare pressione cadde su coloro che possedevano i mulini, poiché maggiori erano i loro guadagni. Tuttavia, tali risorse si rivelarono insufficienti.

Allora, con nobile sacrificio, il signor Antonio si privò della sua collana d’oro e di certi anelli preziosi, facendoli battere in monete su cui splendevano i nomi di Pavia e di Cesare. Non pago di ciò, si rivolse ai capitani spagnoli, implorando prestiti in fiorini, con i quali poté temporaneamente calmare le richieste dei soldati tedeschi.

Il Miracoloso Arrivo degli Spagnoli

Ma proprio quando ogni speranza sembrava affievolirsi, la Provvidenza si manifestò in modo inaspettato. Due valorosi soldati spagnoli, con astuzia e coraggio, penetrarono nelle mura di Pavia. Uno di essi portava con sé la bandiera di una compagnia militare, e con grande solennità consegnarono al signor Antonio tremila ducati d’oro, inviati dal valoroso Viceré di Napoli e dal signor Marchese di Pescara. Questo dono, destinato a pagare i soldati, giunse come pioggia benedetta sulla terra arida.

Questo atto di generosità infuse nuova forza e coraggio nei soldati tedeschi, i quali giurarono, con ardore e fede, di sopportare ogni sofferenza e persino mille morti piuttosto che consegnare Pavia nelle mani del nemico.

Il Soccorso in Marcia da Lodi

Ma ancor più delle monete, ciò che fece palpitare i cuori fu la notizia che il grande esercito imperiale si era ormai raccolto e si preparava a muovere da Lodi il giorno 15 gennaio. Le file dei soldati erano compatte e pronte a marciare sotto le insegne del Serenissimo Imperatore Carlo V e del nostro amatissimo Duca Francesco Sforza. Fu anche assicurato che la Serenissima Repubblica di Venezia, in segno di rinnovata alleanza, aveva ormai saldo il patto con l’Impero e il Duca, mostrando fedeltà e impegno.

La notizia dell’arrivo imminente dei rinforzi sollevò gli animi e accese la speranza tra i difensori. Il signor Antonio, assieme ai capitani, ordinò che tutto il popolo e i soldati si radunassero sulle mura. Con grida potenti e vibranti di fede, inneggiarono:
“Imperio! Duca! Spagna! Inghilterra! Marco!”

Le trombe squillarono, i cannoni tuonarono in segno di gioia e la città di Pavia si colmò di un rinnovato spirito di resistenza.

L’Astuzia degli Spagnoli: Inganno e Coraggio

Non si può tacere sull’incredibile ardimento dei due spagnoli che portarono soccorso a Pavia. Per molti giorni rimasero nel campo francese, ingannando il Re di Francia stesso. Con sottile inganno, raccontarono di esser fuggiti dall’Imperatore dopo aver ucciso uno scudiero del Marchese di Pescara, e così si offrirono al servizio del Re. Egli, ingannato, li accolse con favori e doni. Solo quando il momento fu propizio, i due spagnoli abbandonarono il campo nemico e rientrarono trionfanti a Pavia con il prezioso oro.

Le Divergenze delle Cronache

Non si può ignorare che le cronache discordano su questi eventi: mentre il cronista pavese anonimo colloca questi fatti al 12 gennaio, Francesco Taegio li riporta al 13 gennaio. Pur nella discrepanza delle date, resta inalterata la straordinaria portata di questi eventi, che ravvivarono la speranza nei cuori dei pavesi.

Così, tra fede, ingegno e sacrificio, Pavia si preparava a resistere, sorretta dalla promessa di aiuto che già avanzava lungo le strade gelate della Lombardia.

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