Parte IV – l’epilogo della battaglia: la disfatta dell’esercito francese

Parte IV – l’epilogo della battaglia: la disfatta dell’esercito francese
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L.M.

(Parte IV – Il crollo dell’armata, la fine dell’onore e la vittoria imperiale)

Le sorti della battaglia erano ormai al culmine. Il clangore delle armi si mescolava alle grida di guerra, al ruggire delle bombarde, al tonfo sordo dei cavalli abbattuti nel fango. I francesi combattevano con ardore, ma lo spettro della disfatta si faceva sempre più vicino.

I più accesi di furore erano quelli che cercavano disperatamente il Duca di Borbone, non già come nemico da abbattere in battaglia, ma come traditore da giustiziare. Molti uomini d’arme francesi non avevano altro pensiero che stanarlo e fargli pagare il prezzo del suo tradimento. Ma Borbone, ben sapendo che il suo nome ardeva più d’odio che di spada, aveva deposto le insegne e combatteva mescolato tra gli altri, vestendo un’armatura comune per sfuggire alla vendetta.

Francesco I, invece, non si celava. Rivestito della sua magnifica sopravveste d’argento, splendente tra il fumo e la polvere, si batteva come re e come guerriero, spronando i suoi, confortando chi vacillava, scagliandosi contro i nemici con l’ardire che si conviene a chi porta la corona. Ferrando Catriotto, capitano illustre, discendente dai re di Macedonia, cadde per sua mano. Anche Don Ugo di Cardona, luogotenente del Pescara, trovò la morte nel frangente.

La cavalleria di Navarra, inviata in soccorso dal fratello dell’imperatore, si lanciò nella mischia con grande impeto, ma nulla poté contro il disordine e il furore dello scontro. Fu dispersa e sbaragliata, e ciò portò Lanoia e Borbone a una situazione disperata: ormai le loro insegne erano sul punto di spezzarsi.

Vi erano ancora schiere di soldati che, per errore o per prudenza eccessiva, non si erano mossi affatto. Tra questi, una banda di gentiluomini italiani e spagnoli, che avrebbe potuto rovesciare le sorti dello scontro, rimase inattiva. Il loro giovane capitano, Vererio fiammingo, aveva ricevuto ordine da Lanoia di non muoversi senza un segnale preciso, e poiché quel segnale mai giunse, egli rimase fermo sino alla fine della battaglia, sordo a ogni supplica o rimprovero.

Nel mentre, la cavalleria francese stava per infrangere le ultime difese imperiali, e lo stesso Lanoia si trovò in grande travaglio, faticando a reggere l’urto. Ma proprio quando la vittoria pareva volgere alla Francia, il Pescara, con occhio attento e mente salda, vide il punto debole dell’armata nemica e vi scagliò l’arma fatale.

Egli fece avanzare ottocento archibugieri spagnoli, uomini addestrati alla nuova guerra, alla morte che viene dal fuoco e dal piombo. Non caricarono in massa, non sfidarono la cavalleria alla pari, ma si disposero in modo tale da poterla colpire dai fianchi e dalle spalle.

E allora il fragore delle spade fu coperto dallo sparo degli archibugi.

Le palle di piombo falciavano uomini e cavalli, i destrieri si impennavano nel terrore, i cavalieri cadevano senza poter combattere, colpiti prima ancora di poter levare la spada. L’ordinanza reale fu scompaginata: le schiere non più serrate cercavano riparo dalla grandine di morte, ma ovunque si volgessero, trovavano nuovi fuochi a sbarrar loro il passo.

I francesi, per non essere colti nella morsa di piombo e acciaio, cercarono di riformare i ranghi. Ma il tempo concesso dalla guerra è sempre breve, e il nemico non attese. Gli spagnoli, rapidi nel muoversi come una marea, si dispersero e ricomposero senza tregua, facendo della confusione dell’avversario la loro vittoria.

Si vide allora ciò che mai prima si era veduto: un’armata di cavalieri spezzata dai fantaccini, uomini senza destrieri, senza armature pesanti, ma con il fuoco nelle mani.

L’onore della cavalleria si perdeva sotto una tempesta di piombo. I soldati cadevano senza poter colpire, i corpi si ammucchiavano, le urla di dolore coprivano quelle d’ira. Il secolo della cavalleria moriva a Pavia, e con esso la gloria del re di Francia.

Intanto, dall’altra parte del campo, il marchese del Vasto guidava l’attacco alle artiglierie nemiche. Egli aveva già travolto la cavalleria francese guidata da Anneo Mommoransi, il quale, abbattuto dal suo cavallo ferito, fu catturato dal capitano Herrera.

Ma ciò che avvenne in seguito fu il più grande disonore mai visto tra le schiere svizzere.

Quegli uomini, un tempo fieri e temuti per la loro compattezza, vedendosi privati dell’appoggio della cavalleria e privi delle loro artiglierie, cominciarono a vacillare. Erano stati, per decenni, la forza inespugnabile delle guerre d’Italia, l’armata che nessun esercito osava sfidare.

Eppure, a Pavia, il loro animo venne meno.

Non vi fu onorevole resistenza, non vi fu assalto disperato: gettate le picche, gli Svizzeri fuggirono.

Un esercito che aveva vinto mille battaglie, in quel giorno si dissolse nella paura, abbandonando il proprio re nel momento più critico. Il maresciallo Fioranzio Sedanio, disperato, cercava con ogni mezzo di fermare la rotta, gridando, minacciando, implorando i suoi uomini di resistere. Ma nessuno lo ascoltava.

Altri, nel furore della paura, cercarono rifugio nelle acque del Ticino, ma non sapendo nuotare, affogarono l’uno sull’altro, nella vergogna e nella disperazione.

Si dice che Giovanni Diespaco, capitano svizzero di grande autorità, vedendo il disonore della sua gente, non volle sopravvivere a tanta vergogna. Rivoltosi contro il nemico, si gettò nel punto più fitto della mischia, preferendo morire onorevolmente in battaglia, piuttosto che vivere in una fuga disonorevole.

Il destino era ormai segnato. L’armata francese non esisteva più.

Nel campo si udivano ancora i clamori della battaglia, ma la vittoria aveva già scelto il suo padrone.

La fine di Francesco I era ormai vicina.

Nel prossimo capitolo, il momento decisivo: la caduta del re, il grido della vittoria, la resa del sogno francese in Italia. Seguite il prosieguo della cronaca di Paolo Giovio, ché il momento più fatale della giornata è ormai giunto.

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Paolo Giovio

I francesi, desiderosi di vendetta, in tutti i luoghi della battaglia indarno più che tutti gli altri cercavano Borbone, come traditore del re e della nazione.

Ma egli, per più sicura prontezza, avendo dato l’insegna al Pomperano, suo famigliare, combatteva in abito di cavaliere privato.

Il re, invece, con una sopravveste d’argento risplendente per i pennacchi e per la sua imponenza, confortando gli altri e combattendo, faceva ufficio di capitano e di valoroso guerriero.

Spronato il cavallo, entrò nella battaglia de’ nemici, affrontando quelli che gli venivano contro, e in particolar modo quelli vestiti di cremisi e d’oro.

Cadde in quel tumulto, morto per mano del re, Ferrando Catriotto, capitano illustre, il quale era disceso dai re di Macedonia.

Fu morto anche Don Ugo di Cardona, luogotenente della banda del Pescara.

Furono stracciate due insegne, e la cavalleria di Navarra, la quale Ferdinando, fratello dell’Imperatore, aveva mandato in soccorso, mentre che animatamente entrava nella battaglia e valorosamente si difendeva, ricevendo una grande rotta, fu sbaragliata, tanto che ormai stavano quasi per voltare le insegne le squadre del Lanoia e di Borbone.

Perciocché i francesi in questo ancora erano superiori di numero e di forze, perché gli uomini d’arme imperiali mancavano dell’aiuto di cavalli leggieri.

Di tre squadre, la prima era andata col marchese del Vasto a Mirabello, la seconda, come dicemmo, vituperosamente ributtata dai tedeschi della banda nera, s’era fuggita, e la terza, lasciata fuori del parco col capitano Guido Guaina, difendeva le bagaglie di tutto l’esercito.

Quella maravigliosa banda ancora di gentiluomini italiani e spagnuoli, peculiare del viceré, non intervenne alla battaglia, né fu di alcun aiuto.

Perciocché il Lanoia aveva commandato al Vererio fiammingo, giovanetto suo parente e capitano di quella banda, che si fermasse fuori del muro del parco e che, per alcun modo, non si muovesse finché da lui per certi messi non ricevesse il segno di levarsi e di combattere.

Ma attaccata e subito accesa la battaglia, mentre che il Lanoia, grandemente occupato con tutti i sensi e la memoria nella cosa presente e terribile, non mandava nessuno a chiamarlo, il giovane, parendogli che in ogni modo fosse da ubbidire ai comandamenti del capitano suo zio e ai precetti della disciplina, stette così senza muoversi sino al fine della battaglia, né per preghi né per riprensione alcuna de’ soldati mai si poté rimuovere ch’egli entrasse in battaglia.

Per queste cagioni, essendo il Lanoia in travaglio e a fatica sostenendo la furia dell’ordinanza reale, il Pescara, che con maravigliosa e presente prudenza, e per tutto discorrendo con gli occhi qua e là, provvedeva a tutte le difficoltà, subito gli mandò in soccorso circa ottocento archibugieri spagnuoli.

Costoro, incontanente sparsi dalle spalle e per i fianchi, scaricata una terribil tempesta d’archibugiate, ammazzarono un gran numero d’uomini e di cavalli.

A costoro s’appressarono ancora le picche, e così con certo presidio sicuro, più animosamente, senza mai rifinire, si adoprarono gli archibugi.

Ricevuto quel danno, mentre che la cavalleria del re non poteva stare serrata insieme e, allargate le ali, si credeva di potersi difendere con minor pericolo, disfatta l’ordinanza, furono rotti.

Ma mentre che la fortuna nemica s’opponeva a questo disegno, per ira e per vergogna, serrati insieme tornarono di nuovo a ritrovare gli archibugieri.

Gli spagnuoli, naturalmente destri e coperti d’armi leggere, si ritirarono tosto indietro e, aggirandoli intorno, schernirono la furia de’ cavalli.

E accresciuti di numero, come quelli che erano ammaestrati per lunga esperienza e per i nuovi precetti del Pescara, senza ordine si allargarono per tutto il campo.

Era quel modo di combattere per sé nuovo e non più usato, ma sopra tutto mirabile e crudele.

Perciocché, preoccupando con gran vantaggio gli archibugieri, l’onorata virtù della cavalleria si perdeva affatto, né alcune braccia, ancorché fortissime, giovavano lungo tempo.

Si che, ristretti insieme da rari e pochi, i molti e onoratissimi capitani e cavalieri, senza poter vendicarsi, erano per tutto abbattuti da fantaccini ignobili e privati.

E già dall’altra parte ancora, il marchese del Vasto, spingendo innanzi le fanterie del destro corno e mossa una banda di cavalli, aveva felicemente combattuto con Anneo Mommoransi.

E, avendo con gli archibugieri rotto la sua cavalleria e fra gli altri ucciso i bombardieri, aveva preso l’artiglieria de’ nemici.

Ora, in quello abbattimento avvenne una cosa che non ci pare da lasciare indietro.

Il marchese del Vasto e Mommoransi, i quali riuscirono poi capitani grandi, come dall’uno e l’altro abbiamo inteso, combatterono un pezzo valorosamente insieme.

Con questo successo, che non molto poi il cavallo di Mommoransi, ferito per mano del Castaldo, gli cadde sotto, ed egli fu fatto prigione al capitano Herrera.

Ora, il marchese del Vasto, fatto più animoso per il successo di quelle cose, assaltò la minore ordinanza degli svizzeri, già spaventata per la perdita dell’artiglieria e per la fuga dei cavalli.

La quale, per questo, con animi sospesi combatteva.

Dove allora, cosa incredibile a dirsi, si poté vedere quella nazione, poco dianzi spaventevole per l’eccellente e raro suo valore specialmente in campagna, scordarsi affatto non meno dell’onore e della disciplina che della naturale bravura.

A fatica abbassando le picche, rifiutare di combattere.

E per paura di onorata morte, con una infame fuga, cercare una vituperosissima fine in uno altissimo fiume.

Sforzandosi indarno Fioranzio Sedanio di fermarli e con grandissimi preghi di far loro animo, il quale, familiare a quella nazione e per dignità maresciallo di cavalleria, con la sua particolare banda d’uomini d’arme, montato a piedi, diceva di voler combattere nella prima battaglia.

Talché veramente parve che qualche divinità nemica o quel giorno fatale al re levasse loro il solito vigore di terribili corpi e animi.

Né con minor vituperio fuggì l’altra ordinanza degli svizzeri, la quale, come più piena di numero di fanteria, s’era fermata alquanto senza muoversi.

La quale, mentre che circondata intorno dagli archibugieri era salutata da lungi quasi che da una certa perpetua pioggia d’archibugiate, ed essendo, come le più volte accade, tutti i più valorosi capitani morti nella prima ordinanza, veduta poi la rotta della cavalleria del re, gettate le picche, voltarono le spalle.

Dicesi che Giovanni Diespaco, il quale era di grande autorità fra i capitani svizzeri, veggendo che le compagnie senza tentare pur di combattere vituperosamente fuggivano, e rivolto e adirato che, benché gli riprendesse e ferisse, non poteva però fermare gli alfieri, mosso da gravissimo dolore non volse rimaner vivo dopo sì gran rotta e vergogna ricevuta, e con quella deliberazione entrando dov’erano i nemici più stretti volle onoratissimamente morire.

La Vita del S. Don Ferrando Davalo Marchese di Pescara, Scritta per Mons. Paolo Giouio Vescouo di Nocera Et tradotta per M.Lodouico Domenichi nuouamente da lui reuista , & ristampata, con la tauola delle cose notabili - In Fiorenza, Appresso Lorenzo Torrentino, MDLVI

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